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Lezioni d’amore dalla Russia

© Meeting Rimini
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Pantailemon vicario del patriarca Kirill «L’amore con la maiuscola è solo Dio stesso»

di Valeria Martin

Cosa vuol dire amare? Ne ha parlato Panteleimon, vescovo di Orekhovo-Zuevo, vicario di Sua Santità il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, nell’incontro di ieri “Amore con la lettera minuscola”. Con lui don Stefano Alberto, docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha introdotto così la conferenza: «Abbiamo bisogno di imparare dall’esperienza e dal sacrificio dei fratelli che vivono in Oriente».

Le numerose opere sociali e di carità nate in Russia sotto la guida del vescovo Panteleimon sono testimonianza di questo esempio. «La capacità di amare – ricorda don Stefano Alberto citando Giussani – è la cosa più bella che ognuno di noi ha». Che cosa è, quindi, questo amore? «L’amore, con la lettera maiuscola, è Dio stesso», ne è convinto Panteleimon, che però ha preferito spiegare l’amore divino partendo da quello terreno, tra uomini: “amore con la lettera minuscola”, appunto.
C’è un primo esempio di amore gratuito, ed è quello che viene dalla famiglia. «Io non conosco l’amore in modo perfetto, ma so dove trovarlo: prima di tutto in famiglia». Alcune persone vedono la famiglia come realizzazione perfetta del Mistero della Trinità: marito, moglie e figli. «Oggi assistiamo sempre più a un processo di distruzione della famiglia», il vescovo ha sottolineato che secondo molte statistiche in Russia la famiglia non è più una delle priorità nei progetti di vita del cittadino medio. Ma perché accade questo? «Perché il concetto stesso di amore è travisato. Nella persona che amiamo troviamo caratteristiche che a noi mancano e con l’altro ci sentiamo completi, ma questo non basta per amare veramente. Amare è disponibilità a sacrificarsi e a sopportare l’altro con speranza, con l’idea di un cambiamento e di una maturazione, morale e spirituale». L’amore è il fondamento del matrimonio, infatti, ma può “inaridirsi” col passare del tempo. Oggi le famiglie vanno “in rovina” perché hanno dimenticato Dio, ha spiegato Panteleimon.

«Senza tendere a Dio non si può imparare a vivere con gli altri». Il vescovo ha continuato raccontando la sua esperienza parrocchiale in Russia, fatta di condivisione tra famiglie, raduni, feste, preghiere in comune… Un esempio di comunità e compagnia, quindi, che unisce famiglie unite in questa “ricerca di Dio” nel volto dell’altro.

Un altro tipo di amore è poi l’amore per il prossimo. Due sono le tendenze di questo affetto, a partire da un suo impoverimento. È quello che sta accadendo in ambito medico in tanti Paesi, come l’Inghilterra, o anche la Russia, dove si progredisce con uno sviluppo di tecniche, ma, nello stesso tempo, si assiste a una mancanza di rapporto tra medico e paziente. Dall’altra parte ci sono, invece, molte persone che realizzano concretamente questo amore gratuito, attraverso opere sociali e di assistenza per i più bisognosi. Tra queste, il vescovo Panteleimon ha dato senz’altro il suo contributo, a partire da una casa d’accoglienza per anziani invalidi, o dai centri di assistenza per i senzatetto, arrivando fino a un servizio infermieristico per bambini disabili.

In Russia domina l’idea che questi bambini con handicap, abbandonati dai genitori, non abbiano speranza. «Invece ogni bambino è prezioso, indipendentemente dalle capacità che ha». Inoltre ha affermato che non dobbiamo avere paura a donare, anche se all’inizio si farà fatica a cominciare la nostra opera: «Se noi diamo a ciascuno ciò che ci chiede, il Signore ci aiuterà», o come diceva ancor più precisamente san Nicola, «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ce l’ha».
Amare è, quindi, donare. Ma oltre all’amore per il prossimo e per i propri cari, c’è infine l’amore per i propri defunti. Quando uno dei due coniugi muore, quello che rimane soffre per la perdita dell’altro. «Ma bisogna essere pronti a questo distacco», ribadisce Panteleimon. Ricordando che l’amore, talvolta, è più forte della morte. «Io non ho perso la comunione con te ma ho solo cambiato la forma», questa la coscienza del vescovo russo anche di fronte alla perdita della moglie. La sofferenza iniziale è stata vinta quando si è fidato delle parole di un amico sacerdote: «Vedendo le sofferenze degli altri ti dimenticherai del tuo dolore». «Aiutando gli altri, io ho un piede in Paradiso», ha aggiunto Panteleimon. Che dopo il dramma della moglie, ha dovuto vivere pure la perdita di tre nipoti appena nati: «Anche se è dura, la morte non è la fine dell’amore. Semplicemente questo amore ha una forma diversa».

Ma dopo il dolore c’è anche l’amore più grande, quello “con la A maiuscola”: l’amore di Dio. Questo Amore è il dono che avviene durante il Mistero dell’Eucarestia: secondo il rito ortodosso, nutrendoci della particola, ognuno di noi diventa parte del corpo di Cristo; Cristo entra in noi, o meglio, noi entriamo a far parte del corpo di Cristo. Questa comunione ci rende pieni dell’amore di Dio. Ha chiuso il religioso ortodosso: «Attraverso l’Eucarestia, Dio ci dona il suo Amore». Senza partecipare a questo sacramento, insomma, «è impossibile imparare ad amarci gli uni gli altri». E, chiosa don Stefano Alberto, «senza l’amore gratuito, senza il dono di sé, la vita non sarebbe vita».

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