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La Jong smette di volare e scopre il matrimonio

© Public Domain

La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 30/08/14

Ex icona del femminismo degli anni '70 oggi comprende contro cosa si scagliava nei suoi romanzi

di Luigi Santambrogio

Metti una sera a cena a Wesport, Connecticut, con Erica Jongla femminista di Paura di volare, quella che da una sveltina, la celebre zipless fuck (la “scopata senza cerniera”), mise al mondo milioni di femministe. Era il 1973, Henry Miller saluterà il libro della ribelle ragazza newyorkese come l’equivalente femminile di Tropico del Cancro, ma lei riuscì a moltiplicarlo per 27 milioni di copie vendute. Oggi la bad girl ha 72 anni, un matrimonio che dura da 24 (ha da poco festeggiato le nozze d’argento), una figlia e tre nipoti. Ma è soprattutto una tranquilla signora ultra snob che ha cambiato idee e costumi sulla vita e sui mariti. Allora, quando ancora aveva paura di volare, Erica aprì il suo libro con attacco fatto apposta per scandalizzare borghesi e bigotti: «Bigamia vuol dire un marito di troppo, monogamia pure».

Oggi si pente di quelle baggianate e confida scoperte imbarazzanti alla stupita giornalista del Corriere della Sera che la incontra in un sciccoso ristorante sul Long Island Sound. «Ho detto tante cose terribili, ma ero giovane e cinica», confessa. «Il matrimonio? Adesso lo so: è prezioso». Insomma, dopo tanti voli in picchiata libera, ecco un atterraggio ultra soffice sui vecchi sentieri della tradizione. Però, ne è passata di acqua sotto i ponti di New York. 

Chi l’avrebbe detto mai? La terribile Jong ha ritirato i suoi artigli per vestire i morbidi panni di una dolcissima nonna Barbie: pure il marito si chiama Ken, ma questa è solo un’impertinente coincidenza. Con una figlia di 32 anni, pure lei scrittrice, e i suoi nipoti, l’ex femminista dichiara senza vergogna che «sono le nonne che dovrebbero governare sulla terra». C’è un oceano tra lady Jong che infilza gamberetti fritti e vongole e i satanici versetti di 40 anni fa, quando predicava sesso libero e senza coinvolgimenti, che doveva dare piacere e avere «tutta la velocità e la concentrazione di un sogno». Una distanza siderale dai giovanili furori delle comuni dell’amore, del pansessualismo postfreudiano e postmarxiano, della morte della famiglia, della "coppia aperta", dell’aborto al nono mese di gravidanza, dei matrimoni omosessuali che il suo esercito di “femen” ante litteram esibiva in sfregio alla società maschilista e repressiva.  «Ora penso», confida all’intervistatrice, «che la cosa più preziosa sia avere qualcuno che ti guarda le spalle, penso che il matrimonio sia molto importante… se è quello giusto».  Già, il matrimonio come una polizza sulla vita con il maritino premuroso a recitare la parte del body guard. O di badante, considerata l’età di entrambi.  

Ma perché allora sposarsi ancora, perché ritentare dopo tre matrimoni finiti male? La risposta è banale ma sinceramente vera: «una scelta decisamente all’antica», ammette Erica, «ma è un rinforzo per restare insieme. Se non ci fossimo sposati, ci saremmo lasciati, poiché siamo entrambi impulsivi e abituati alla libertà». Beh, un solido principio di realtà che tuttavia potrebbe non bastare ai coniugi Ken ed Erica per arrivare a festeggiare le prossime nozze d’oro. Eppure, qualcosa di vero c’è anche in questa strana versione jonghiana del matrimonio, rivalutato e vissuto come un argine alle bizzarrie dell’istinto, come briglie a una libertà nevrotica e senza freni. Il Sessantotto ha combinato solo disastri e partorito disillusioni, l’utopia della liberazione femminile solo un fantasma evanescente in un più prosaico mènage poco fast e molto slow, senza più "la velocità dei sogni". Meglio così, dice la signora e val la pena di crederle.

In una recente intervista, interpellata sui matrimoni gay e 

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femminismomatrimonio
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