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Viaggio tra i curas villeros di Bergoglio

© ANTONIO SCORZA / AFP
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La storia dei preti presenti “per una questione di fede” nelle baraccopoli di Buenos Aires

Ogni anno, nel mese di maggio, i “curas” delle venti “villas miserias”, le grandi baraccopoli alla periferia di Baires, concelebrano una messa in memoria di uno di loro, il padre Mugica, che nel 1974 venne assassinato dalla delinquenza organizzata che attanaglia le vite di tanti disperati. Nel 2009, a 35 anni dall’evento, vennero distribuiti come reliquie piccoli brandelli dei pantaloni che padre Mugica indossava il giorno che fu ucciso. 

Questo fa capire che cosa rappresentano i sacerdoti che, come disse l’allora cardinal Bergoglio, “pregano e lavorano” con gli ultimi. La loro storia, iniziata quarant’anni fa, è raccontata in “Preti dalla fine del mondo. Viaggio tra i curas villeros di Bergoglio”, un libro scritto da Silvina Premat, giornalista de La Nacion di Buenos Aires (edizioni Emi, prefazione di don Luigi Ciotti), presentato questa sera al Caffè letterario dell’Eni. Insieme a lei, accanto a Camillo Fornasieri, c’era Carlos “Charly” Olivero, parroco a Virgen de los milagros, nella villa 21. 

Nate dalla grande crisi degli anni Trenta, le villas a lungo sono state trascurate dalla stessa Chiesa fino a quando, racconta nel libro il primo “curato” padre Botan, “ci andammo a vivere per una questione di fede. Ai villeros non avremmo dato istruzioni ma li avremmo resi protagonisti”. Nel 1969, i sacerdoti che si erano uniti a padre Botan si diedero uno statuto e nel 2009 il cardinal Bergoglio li costituì in vicariato. “Questi sacerdoti – ha raccontato Silvina Premat – sono una risposta ai problemi di quella gente attraverso la luce del Signore e la fede della Chiesa”. Agli inizi, i sacerdoti seguirono le orme dei preti operai francesi e stavano nelle baraccopoli solo mezza giornata. Poi la gente chiese ed ottenne che si fermassero stabilmente, per essere aiutata e meglio protetta.

La situazione nelle villas si è fatta tragica a partire dal 2003, quando in queste periferie estreme è dilagato il “paco”, la droga dei poveri, ottenuta dagli scarti di lavorazione degli stupefacenti. “Il ‘paco’ ha degli effetti devastanti – ha spiegato padre Charly – Chi l’assume diventa un barbone, perde il lavoro, non ha più casa, si ammala di tbc e di aids. Diventa un rottame umano”. I curas si occupano di questi relitti, come Alejandro, un artigiano incontrato a 47 anni, con la vita rovinata dalla droga, che muore investito da un treno e viene assistito dai ragazzi della parrocchia (“durante i tre giorni della sua agonia non lo hanno lasciato solo un momento”). Oppure Nacho, strafatto di droga per paura degli spiriti della sua religione, cacciato da casa e approdato al confessionale di Charly. “Quando l’ho assolto – ricorda don Olivero – ho sentito che in lui si apriva una finestra per la luce e l’aria. L’incontro con Gesù gli ha cambiato la vita”. I curas aprono la porta a tutti, così come chiese loro Bergoglio: “Accogliete tutte le vite così come vengono”.

Il tessuto sociale delle villas è disgregato, “lo stato non esiste, l’unica vera autorità – afferma padre Charly – è la Chiesa, che è nel cuore della comunità con i valori del Vangelo e che getta le fondamenta di una vita di comunità”. Sono nate così scuole, asili, orfanatrofi, laboratori per insegnare un mestiere, scuole di calcio e di baseball, gruppi di esploratori. “Non solo Messe e benedizioni – aggiunge il sacerdote – ma evangelizzazione attiva, per aiutare la gente a non perdere la fede. Se il popolo perde la fede e le tradizioni, si svuota e diventa preda della delinquenza e della droga”.
Nel 1632, un cacicco del Paraguay, appena convertito, così parlava dei gesuiti: “Non sono padri per finta, senza di loro nessuno si ricorderebbe di noi. Non vanno appresso alle nostre donne e ci cercano soltanto per Dio”. “Di questi curas – ha concluso l’autrice del libro – i villeros oggi dicono la stessa cosa”.

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