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I cristiani copti in Egitto camminano rasenti ai muri

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Portano tatuata la croce copta a 12 punte, un simbolo che li distingue. E li tradisce, perché li rende riconoscibili e prede di attacchi

Nella sedia carbonizzata non può sedersi più nessuno. Tutto è andato perduto dentro una chiesa copta in Egitto, dove il fuoco è divampato per 15 ore senza che i pompieri riuscissero a spegnerlo, fino a quando il calore ha fatto sgretolare il cemento armato delle colonne. Tutto è andato perduto, meno che la fede di chi è ancora vivo. Un sacerdote raccoglie quel che resta di una Bibbia aperta alla pagina del profeta Daniele: “Ecco noi siamo così, come Daniele in mezzo ai leoni”, commenta. Sul muro si intravede l’immagine di un Cristo e parte della sua mano: “Anche Gesù rimane”.

Per il ciclo di reportages internazionali Storie dal Mondo, curato da Roberto Fontolan e Gian Micalessin, scorrono sullo schermo in D3 le immagini di Walking next to the wall, di Fernando De Haro. Raccontano la vita dei copti, minoranza cristiana in Egitto: “È la testimonianza di un popolo – sottolinea l’autore – della possibilità che esista una minoranza in un Paese a maggioranza musulmana”.

I copti sono cristiani che pregano nella lingua dei faraoni. Portano tatuata la croce copta a 12 punte, un simbolo che li distingue. E li tradisce, perché li rende riconoscibili e prede di attacchi. Eppure non rinnegano la propria fede, non rispondono con la violenza. Resistono, anche se costretti a camminare rasente i muri, come al tempo degli Ottomani.
Non vogliono vivere in un ghetto e questa tenacia nel voler stare dentro la società egizia, di cui sono parte a tutti gli effetti in quanto arrivati nel Paese ben prima di qualunque altro arabo, li rende protagonisti anche se perseguitati. Come in piazza Tahrir, quando scesero come popolo egiziano a chiedere le dimissioni di Mubarak. Una piazza che vide dal 25 gennaio 2011 per tre settimane musulmani e cristiani insieme: “I cristiani proteggevano i musulmani durante la preghiera del venerdì e i musulmani facevano lo stesso per i cristiani la domenica”.

Della primavera araba si impadronirono i Fratelli Musulmani: gli attacchi contro i copti crebbero. Fino al massacro di Maspero. Il 9 ottobre del 2011, al Cairo, una folla pacifica partecipò a una manifestazione per i diritti dei cristiani. Oltre la metà erano donne e bambini, molti portavano candele accese, alcuni pregavano. Racconta un testimone che “arrivati al Maspero, sotto la sede della tv di stato, esplosero spari, poi urla. Non potevo credere ai miei occhi quando vidi i carri armati dell’esercito che andavano addosso alle persone cercando di investirle. Il giorno dopo la conduttrice del telegiornale disse che la folla aveva attaccato l’esercito”. Morirono 22 persone. Afferma un giovane medico: “Essere perseguitato è un vantaggio perché mi costringe a darmi delle ragioni valide per affermare la mia fede”. Un contadino nel cortile della sua abitazione, tra capre e galline, è irremovibile: “Siamo cristiani da sempre, dai tempi di Adamo ed Eva”.
Eppure vivere insieme per molti è la normalità. Nella scuola dei gesuiti le mamme musulmane accompagnano i propri figli. Chiede un sacerdote della scuola: “Chi ha dato alle fiamme i nostri scuolabus? Portano bambini musulmani e cristiani insieme”.

Resistono. Decisi a vivere. Quest’anno sono state indette nuove elezioni, è stato riconosciuto il diritto a costruire nuove chiese e creato un fondo in collaborazione con l’esercito per restaurare quelle devastate. La speranza è che non sia più necessario rasentare i muri. E tornare a camminare insieme.

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