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Giussani e il ’68

© Archivio CL / F.B
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A 10 anni dalla morte di "Don Gius", una biografia ne ricostruisce l'intuizione potente sulla società e la Chiesa italiana

di Massimo Borghesi

Nella sua Vita di don Giussani (Rizzoli 2013) – che sarà presentata oggi al Meeting di Rimini -, Alberto Savorana, oltre a ripercorrere la lunga e intensa vita di colui che è stato il più grande educatore italiano della seconda metà del ‘900, ci permette anche di cogliere lo spessore di taluni suoi giudizi storici. Tra questi v’è la reazione del sacerdote di Desio al vento impetuoso del ’68, destinato a travolgere e a trascinare via gran parte dei quadri e dei militanti della Gioventù studentesca milanese (GS) che lui stesso aveva contribuito a formare.

Di fronte al ’68, che in Italia inizia in realtà nel ’69 con le occupazioni studentesche all’Università Cattolica di Milano, Giussani ha la percezione, netta, della fine di un mondo. La cristianità, quell’impasto di valori religiosi e di costume civile radicato nel popolo, bianco o rosso che fosse, era al capolinea. La contestazione, volta apparentemente contro i pseudovalori della società borghese, secolarizzata, perseguiva, in realtà, la definitiva liquidazione del compromesso cristiano-borghese degli anni 50-60, con il risultato di promuovere un mondo totalmente desacralizzato, mercificato.

L’intuizione di questo processo porterà Giussani, alla metà degli anni 70, al desiderio di incontrare Pier Paolo Pasolini, il "corsaro" i cui articoli sul Corriere della Sera denuncianti la forza conservatrice (omologante) e, al contempo, dissolutrice del Nuovo Potere avevano suscitato, in lui, grande entusiasmo. Un appuntamento mancato, per la tragica morte di Pasolini, che Giussani rimpiangerà a lungo.

Al pari di Pasolini anche per lui era evidente che il mondo cristiano, il popolo cristiano, era alla fine. La tradizione della Chiesa, che fino a quel momento era stata, pur in mezzo a molte lacune, fonte di vita e di sostegno spirituale e morale appariva, ai giovani barricaderi, il retaggio di un passato oppressivo da superare. Donde un giudizio, nuovo nel panorama ecclesiale di allora: quello sulla necessità di un nuovo inizio. Non si trattava di rinserrare le fila, di fare opposizione chiudendosi in una cittadella, come auspicavano settori del tradizionalismo cattolico; né tanto meno di assecondare il vento del potere – coperto dall’ideologia del "contro-potere" – come accadeva per i pseudo progressisti, ma di ricominciare secondo una dinamica che ricordava, per analogia, quella degli inizi del cristianesimo.

Come ricorda Savorana, Giussani, già nel luglio del ’68, afferma: «A me sembra un segno dei tempi che non è più il discorso sulla tradizione, non è più la storia che fonda o che può fondare un richiamo e una adesione al fatto cristiano». Per questo, proseguiva, «occorrerà che rivediamo alla radice tutto il discorso che abbiamo sempre fatto durante l’esperienza dei dieci anni trascorsi e che ripetiamo ancora. Mi pare che non è più – dico ora, ora quello il motivo che spinge della gente, che possa spingere, che possa decidere della gente, ad aderire al cristianesimo, ad aderire al fatto cristiano».

Se all’inizio aveva detto ai ragazzi «Siamo nati in una tradizione cristiana, dunque dobbiamo innanzitutto impegnarci con essa», or questa posizione non reggeva nel suo valore esistenziale. «Infatti è un tempo, il nostro, che ha perso, che non ha più, che non ha assolutamente il senso della storia». Per questo, aggiungeva, «Quello che, adesso, mi pare, possa costituire – unicamente – motivo d’adesione, è l’incontro con un annuncio, è il cristianesimo come annuncio, non come teoria. Un annuncio, cioè un certo tipo di presenza, una certa presenza carica di messaggio». La presenza significava una modalità di essere, di "incontro", in senso evangelico, con tutto e con tutti fuori ed oltre ogni appartenenza ideologica. L’incontro, nell’ora della fine della cristianità, costituiva il ritorno alla prospettiva del cristianesimo delle origini, quello dove la fede si comunicava per testimonianza, per l’"attrattiva Gesù", e non per il peso glorioso di una tradizione.

Per questo, affermerà nel 1976, «è venuto il tempo della persona». Una conclusione sorprendente, insolita, ribadita nel colloquio con Giovanni Testori, Il senso della nascita, pubblicato da Rizzoli nel 1980. «Questo – dirà − è il tempo della rinascita della coscienza personale. È come se non si potessero far più crociate o movimenti… Crociate organizzate; movimenti organizzati. Un movimento nasce proprio con il ridestarsi della persona. È una cosa impressionante».

Il cristianesimo, di fronte all’incalzare del processo di secolarizzazione, non poteva assumere la forma della crociata, della reazione. La fede doveva avere il sapore di un "nuovo inizio". E ciò che ribadirà, con forza e con pazienza, fino alla fine. Fino a pochi mesi dalla morte quando, nel novembre del 2004, gravato dalla malattia e dai dolori, sceglie per il Volantone di Natale una frase di Cesare Pavese: «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante».

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