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Il blog di Costanza Miriano - pubblicato il 29/08/14

La Chiesa non si stanca di ammirare un Dio inclusivo, che vuole invitare e accogliere tutti nella sua casa

di fra Roberto Pasolini

L’esperienza in montagna ci insegna che più si va in alto, più si rimane in pochi. Soli addirittura, quando la vetta da raggiungere è particolarmente ardua. Il profeta Isaia sostiene invece che sul monte del Signore le cose vanno al contrario: la sua casa sarà capace di accogliere una moltitudine, «si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7). Dio allarga, aumenta, include. Agisce in modo radicalmente diverso da come facciamo noi che, dopo sporadiche e incostanti aperture, tendiamo a ritirarci per chiuderci in noi stessi. Che bello! In un mondo pieno di cose irraggiungibili ed esclusive, la Chiesa non si stanca di ammirare un Dio inclusivo, che vuole invitare e accogliere tutti nella sua casa.

Stran(ier)o
Questa bellissima notizia, che scalda e allarga il cuore, sembra però scontrarsi con uno volto di Gesù davvero strano e insolito. Di fronte a una donna che lo chiama e lo supplica, il Maestro reagisce con una secca indifferenza: «Ma egli nonne rivolse neppure una parola» (Mt 15,23). Ma come ha potuto, il Signore Gesù, dimenticarsi della profezia di Isaia? Come ha potuto scordare la promessa che la casa di Dio sarebbe stata aperta a tutti, anche agli stranieri? Perché Gesù si chiude in un silenzio che appare sgarbato, per non dire crudele? Davanti a un simile modo di fare, forse anche noi ci troviamo a esclamare insieme ai discepoli: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando» (15,23). Forse i discepoli vorrebbero soprattutto risolvere l’incresciosa situazione, evitando fastidi. Al Maestro, ma anche a se stessi. È sempre difficile farsi carico dell’altro, dei suoi problemi e delle sue sofferenze. Non basta una pacca sulla spalla, né un vago e astratto atteggiamento spirituale. Il Signore tuttavia non sembra intenzionato a modificare la propria posizione. Anzi rincara la dose: «Non sono stato inviato se non alle pecore perdute della casa di Israele» (15,24). Il Maestro si mostra assolutamente indifferente tanto alle grida della donna, quanto al bisogno di ordine e di tranquillità che i discepoli hanno velatamente manifestato. Perché? Che cosa vuole dirci? Che modo di amare ci rivela questa modo di fare?

Straniera
Il Maestro sta scegliendo di far emergere una qualità che questa donna probabilmente ha già manifestato ai suoi occhi: la fede. Una fede che Gesù non ha ancora potuto vedere così limpidamente nel cuore dei suoi amici, nonostante il miracolo dei pani e dei pesci. Questa donna — straniera e anonima — si muove con atteggiamento umile e fiducioso. Dalla sua assenza di meriti e di diritti si sprigiona una certa bellezza, una forte libertà interiore. Per questo non si ferma di fronte all’insuccesso. Anzi, continua a mendicare anche quando il Signore continua a opporre un rifiuto: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (15,26). Il desiderio di vita della donna non si lascia intimidire: «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» (15,27). Quante volte la nostra preghiera è, non solo scostante, ma anche timorosa e scoraggiata. Vuota di speranza già in partenza. E allora reagiamo offesi e stizziti davanti ai silenzi e alle apparenti chiusure di Dio. La maniere scorbutiche del Maestro fanno invece emergere una meravigliosa verità presente nel cuore di questa donna appartenente alle «genti» (Rm 11,13) estranee alle promesse di Israele. Proprio lei sembra aver capito il vangelo assai meglio di coloro che appartengono al popolo eletto. Proprio lei intuisce quello che san Paolo un giorno metterà per iscritto: che Dio non rifiuta mai se non temporaneamente, affinché una misura più grande possa generarsi. Parlando della non accoglienza di Gesù come Cristo da parte degli ebrei, scrive san Paolo: «Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa saeà la loro riammissione se non una vita dai morti?» (11,15). Finalmente il Signore esclama: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,28).

Stranieri
Il Signore non ha chiesto alla donna di esibire la fede prima di fare il miracolo. Gli ha, più semplicemente, offerto la possibilità di manifestare fino in fondo la sua fame, fino formulare la più bella delle preghiere: quella fiduciosa, ostinata, libera persino dagli esiti. In un certo senso, potremmo dire che non è Dio a fare i miracoli, ma il nostro desiderio e il nostro bisogno sono capaci di suscitarli. L’atteggiamento del Signore Gesù riesce a valorizzare e moltiplicare questo tipo di apertura fiduciosa manifestata dalla donna straniera, che è il vero miracolo nascosto nel racconto. La storia di questa donna cananea vuole infonderci speranza. Non sono le buone maniere ad accendere il motore della preghiera, ma il grido della nostra fame di una vita piena, la voce della nostra indignazione di fronte al piatto vuoto che la vita talvolta ci chiede di accogliere. Dio molto spesso ascolta senza rispondere. Il suo amore per noi è così adulto, libero, fedele, da non aver bisogno di reagire a ogni nostro gemito, di assecondare ogni nostro bisogno. Dobbiamo imparare a riconoscere nella sua apparente insensibilità alle nostre richieste il miglior aiuto per farci diventare dei figli umili e grati. Essere vivi e amati per sempre non è un diritto acquisito. È un dono, il più vero, il più bello. Da accogliere ogni giorno con stupore e gratitudine. Proprio come sanno fare i cagnolini, che scodinzolano sotto la tavola. E poi, felici, si saziano del cibo fragrante e dell’amore che cade liberamente dalla mensa del loro padrone. Solo così — con questa ritrovata semplicità — la nostra vita può essere veramente saziata e guarita.

Qui l’originale

Tags:
accoglienzasolitudine
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