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Sinodo della famiglia: un “Instrumentum laboris” spuntato?

vatican.va
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Alcuni spunti sui limiti del lavoro preliminare, rischia di indebolire la riflessione della Chiesa sulla Famiglia

La prima considerazione da fare sul prossimo sinodo dedicato a “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione” è l’apprezzamento per la formula adottata: prima di pronunciarsi, la Chiesa vuole mettersi in ascolto delle voci che provengono dai livelli e dagli ambienti più disparati del mondo ecclesiale. Perciò anche l’Instrumentum laboris si propone innanzi tutto di lasciar risuonare gli echi della consultazione indetta da papa Francesco sui temi più scottanti della famiglia, in una logica che non è quella della sociologia, ma fa riferimento al ruolo del sensus fidelium nella definizione delle verità della fede e della morale.

Proprio sotto quest’ultimo profilo, tuttavia, il documento lascia perplessi, e non tanto per l’inevitabile incompletezza (del resto prevista e riconosciuta dagli estensori al n.158) nel riportare le risposte al questionario, quanto per il taglio adottato nella loro lettura, che sembra aver privilegiato gli aspetti descrittivi e statistici, a scapito delle motivazioni e indicazioni di carattere etico e dottrinario, indebolendone così il significato teologico a favore di quello sociologico.  
Entrando nel merito, è importante il fatto che l’Instrumentum, dopo aver preso atto che «la conoscenza dei documenti conciliari e post-conciliari del Magistero sulla famiglia da parte del popolo di Dio, sembra essere generalmente scarsa», ammetta che  «questi documenti appaiono di difficile accostamento» e aggiunga: «Soprattutto, si sente il bisogno di mostrare il carattere esistenziale delle verità affermate nei documenti» (n.11). Può essere un punto di partenza per ripensare in generale l’approccio della Chiesa alla cultura e alla vita reale degli uomini e delle donne del nostro tempo.
 
Un’altra autocritica rilevante è il riconoscimento che spesso i pastori  «non conoscono loro stessi in profondità l’argomento matrimonio-famiglia dei documenti, né sembrano avere gli strumenti per sviluppare questa tematica» (n.12). 

Anche l’osservazione secondo cui «sarebbe necessaria una maggiore integrazione tra spiritualità familiare e morale» (n.13) non è senza rilievo, perché mette in evidenza il pesantissimo rischio di moralismo che nelle questioni della famiglia grava sull’insegnamento della Chiesa, come del resto ha denunciato papa Francesco (cfr. Evangelii gaudium n.39).

Così pure il rilevare «l’insufficienza di una pastorale preoccupata solo di amministrare i sacramenti» (n.15),  è un’importante presa d’atto dell’assurdità d perseverare nel ritualismo imperante.

Non vengono però riportate le richieste, pur presenti in molte delle risposte ai questionari, di attualizzare l’insegnamento del Magistero – quello proclamato in modo reformabile – nei suoi contenuti. È un’opzione che, evidentemente,  potrà essere accolta o respinta dai padri sinodali, ma che andrebbe tenuta presente e discussa, in questa fase preliminare, senza censure preventive.

Questa tendenza dell’Instrumentum  a delimitare a priori il campo della riflessione sinodale si manifesta particolarmente nella trattazione delle questioni più delicate: le convivenze prematrimoniali (nn.81 ss.), l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati (nn.89 ss.), le unioni tra persone dello stesso sesso (nn.113 ss), l’uso di mezzi contraccettivi (nn.123 ss.). Su questi problemi sono certamente apprezzabili, ma insufficienti ad aprire un vero dibattito,  il riconoscimento, da parte del documento,  delle sofferenze umane che stanno dietro di essi, l’appello a un rinnovato stile pastorale, la richiesta di una più solida preparazione da parte dei presbiteri e di un linguaggio più adeguato alla sensibilità contemporanea. Questo modo di impostare le questioni finisce per mettere in ombra le tante critiche e i tanti suggerimenti emergenti dai questionari e  rischia di scavalcare la risposta – di qualunque tipo essa sia – che i  Padri sinodali sono chiamati a dare responsabilmente. Soprattutto rischia di presentare come un mero problema di approccio pastorale quella che invece oggi per la Chiesa è una grande sfida culturale, che le chiede di prendere sul serio le domande del mondo contemporaneo e di partire da esse per ripensare, senza tradirlo, il patrimonio dottrinale della tradizione (se ne accenna solo al n.117, a proposito della teoria del gender).

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