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Don Fausto Resmini e il mistero dell’anima di Massimo Bossetti

© Public Domain/Facebook
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Da 27 anni cappellano nel carcere di Bergamo è l'unico a incontrare ogni giorno il presunto assassino di Yara Gambirasio

All'inizio della giornata recitano insieme il Pater – i bergamaschi chiamano così la preghiera del mattino e della sera –, le preghiere della tradizione cristiana, mentre Massimo Bossetti stringe tra le mani una foto stropicciata della sua famiglia.

“Pregare è il modo di parlare al mondo che gli è concesso. Parla a Dio”, ha raccontato alla rivista Credere (31 agosto) il cappellano del carcere di Bergamo, da due mesi l'unica persona che può avvicinare l'uomo sospettato di aver ucciso Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa il 26 novembre 2010 e ritrovata morta il 26 febbraio 2011.

“È in isolamento, guardato a vista – continua don Fausto –. Tuttavia, sa quello che sta accadendo: vede la televisione e legge i giornali. E poi riceve tante lettere, alcune di insulti e di offese…”

“Con la preghiera Bossetti parla, nel nascondimento totale – spiega –. È anche l'unico gesto libero che può compiere, perché in carcere tutto è controllato, tutto è a vista. Anche le parole sono misurate. Pregare insieme spezza l'isolamento”.

Massimo Bossetti si è sempre dichiarato innocente. “Per questo – spiega don Fausto – prega per la soluzione positiva del caso che lo vede coinvolto, ma anche per la famiglia, per i figli e per tutte le persone delle quali nessuno si ricorda”.

Alla domanda su come riesce a stare vicino a un uomo che l'opinione pubblica sospetta di aver ammazzato una bambina, il sacerdote risponde: “Che sia innocente o colpevole, a me è affidato un uomo. E in nome del Vangelo io mi incontro con un uomo. Indipendentemente da come è dipinto dalla stampa, da come è visto dal magistrato, da come è trattato dall'amministrazione carceraria, da come finirà quest'indagine. E in quest'uomo, ora il più indesiderato e scomodo, io devo dare ascolto alla sua richiesta d'aiuto, camminare insieme a lui, anche sfidando il pregiudizio”.

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carcere
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