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Tolstoj, il Leopardi russo

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Quotidiano Meeting - pubblicato il 24/08/14

«Il grido e le risposte» del romanziere che cercava l’infinito ma negò la natura divina di Cristo

di Francesco Graffagnino

«Grande Sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso». Era il 1900 quando Vladimir Solov'ëv faceva dire queste parole allo starec Giovanni nel dialogo dell’Anticristo. Ma chi è poi l’Anticristo? Questo l’interrogativo che apre la mostra “Tolstoj, il grido e le risposte” che verrà presentata oggi alle 19 all’Eni Caffè letterario. Non è una casualità la scelta delle parole di Solov'ëv, il quale forse intravvedeva che nel sistema di pensiero di Tolstoj mancava questa adesione semplice all’essenziale della vita.

«La mostra non vuole ricostruire la vita e le opere del grande scrittore, il desiderio è stato piuttosto quello di poter riprendere il dialogo con Tolstoj, per dialogare con i nostri contemporanei», spiega Ol’ga Sedakova, tra le curatrici della mostra.

«La decisione di portare questa mostra nasce dall’invito del Papa ad andare alle periferie. Periferie rappresentate anche dalla distanza da quel centro o da quella certezza raccontata da Solov'ëv», spiega Giovanna Parravicini. Un gigante del pensiero e della letteratura, un uomo che scriveva di sé in Confessione: «E va bè, sarai più famoso di Gogol’, di Puškin, di Shakespeare, di tutti gli scrittori del mondo, bè e poi? E nulla, non potevo rispondere». E ancora: «Il mio problema personale, chi sono io con i miei desideri, restava completamente senza risposta».

Un animo, il suo, che “tant’alto sente”, per dirla con un altro genio contemporaneo, Giacomo Leopardi, che fino alla fine non sembra approdare a quella certezza, a quell’affetto per la persona carnale di Cristo raccontato da Solov'ëv.

Ma la figura di Cristo è nell’orizzonte di Tolstoj. «È nella sua ricerca, nell’incontro e nella lettura delle sacre scritture che fa propria tutta l’impalcatura morale del cristianesimo, arrivando però a negare la natura divina di Cristo, che viene declassato a grande pensatore della storia», spiega Francesco Braschi. Da qui un sistema di pensiero che prende il suo nome: il Tolstojsmo appunto, che proietta la sua ombra sui sistemi ideologici che avrebbero preso piede nel ‘900. Un sistema dal quale però lo stesso Tolstoj scapperà alla fine della sua vita.

Al grido del grande russo, all’interno della mostra, rispondono altre personalità che si sono imbattute in questo grande maître à penser. Come la sorella Marija le cui vicende biografiche ricordano Anna Karenina, oppure uno dei suoi giovani discepoli, Michail Novoselov, che in una lettera appassionata dichiara di non riuscire a realizzare quel desiderio che l’incontro con il maestro ha destato.

Oppure un altro grande illustre contemporaneo, che non è mai riuscito ad incontrarlo: Dostoevskij. «Un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio », come scrisse in una lettera a Natal’ja Fonvizina, ma che alla fine arriva a dichiarare: «Se mi si dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità». Ed è questa la dialettica accesa fino alla fine, il coesistere di una genialità del cuore che non fu mai sopraffatto da un razionalismo che sembrava volerlo negare. Fino alla fine, con la fuga da casa, i tre giorni d’attesa fuori da un convento e infine, la morte in strada. Una vita che può essere riassunta da queste parole scritte in Confessione: «Perché un uomo possa vivere, egli deve, o non vedere l’infinito, oppure avere una spiegazione del senso della vita tale per cui il finito venga eguagliato all’infinito».

Qui l'originale

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