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Suor Leonella Sgorbati, “l’artigiana di pace” in Somalia

© Hilary Atkins/ Sos Children's Villages
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Missionaria della Consolata uccisa a Mogadiscio nel 2006

Sorride in ogni immagine che ci ha lasciato. In ogni ricordo di chi ha vissuto e testimoniato con lei, suor Leonella Sgorbati è sempre una presenza di ottimismo e di voglia di fare. Con questo sorriso, la missionaria della Consolata, uccisa a Mogadiscio il 17 settembre 2006, si appresta a percorrere l’iter della causa di beatificazione aperta il 31 agosto 2013 nella giurisdizione ecclesiastica di monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio. All’indomani della sua morte, proprio il vescovo Bertin l’aveva ricordata così: “Mi piaceva scherzare con suor Leonella. Le dicevo che aveva un cuore molto più grande della sua mole. Ed era così: nonostante avesse alcuni problemi di salute, suor Leonella era decisa a continuare la sua opera di aiuto al popolo somalo”.

Purtroppo una pallottola l’ha uccisa a 66 anni davanti all’ospedale Sos Children’s Village dove lavorava come tutor nella scuola di infermieri creata nel 2002. Suor Leonella, al secolo Rosa Maria Sgorbati, nata a Gazzola in provincia di Piacenza nel 1940, aveva preso i voti nel 1963, e dopo la formazione sanitaria in Inghilterra, nel 1972 era partita per il Consolata Hospital Mathari vicino a Nairobi. Nel 1993 si trasferì in Somalia, dove, dopo la fine della dittatura di Siad Barre, non c’erano più scuole di questo tipo.

Una missione fatta con la testimonianza di fede
“Leonella ha amato profondamente la Somalia e i somali amavano Leonella”, dice suor Marzia Feurra, vittima di un rapimento nel settembre 1998 da cui fu rilasciata due giorni dopo, per la pressione delle donne di Mogadiscio, molto affezionate alla piccola comunità delle coraggiose missionarie. “Siamo sempre state aiutate e protette dalla gente di Mogadiscio”, dice suor Marzia, ricordando che “ogni tanto, nei periodi più turbolenti, arrivavano delle persone del posto che ci avvertivano di abbandonare le attività e in cinque minuti eravamo già lontane. In altre situazioni di crisi ci dicevano invece di stare tranquille perché non c’erano rischi reali per noi”.

Questa era la vita a Mogadiscio. Un’incognita quotidiana, tra emergenze, violenza, sofferenze dei civili da curare. Come quella volta che in una notte di combattimenti le sorelle hanno preso l’Eucaristia, strette in un corridoio mentre l’ospedale era sotto il fuoco incrociato delle raffiche di mitra e una pallottola è caduta sul letto di suor Marzia. Malgrado tutto, il desiderio di restare era fortissimo e quando sono state costrette a partire per i disordini, hanno molto insistito per ritornare. Sapevano di essere una luce di speranza per il popolo, tante volte si erano sentite ripetere: “Finché voi siete qui abbiamo la speranza che la vita continui. La vostra presenza tra noi è la nostra speranza in un futuro diverso”. In queste terra in cui l’annuncio evangelico non era possibile, Leonella ha saputo trasmettere la luce della Parola e del dialogo della vita. Una consorella la ricorda così: “La sua è stata una missione fatta con la testimonianza di fede. Da lei impariamo che la nostra missione spesso non è gratificante perché non si converte nessuno, non si può annunciare a nessuno, però dà una pienezza di vita straordinaria e la gioia di avere servito i più poveri, gli esclusi dalla società, quelli a cui nessuno pensa, ma anzi che subiscono violenze ed emarginazione”.

Artigiana di pace
Donne e bambini ogni giorno facevano la fila per entrare all’Sos Children’s Village dove suor Leonella viveva senza quasi mai poter uscire. Infatti è stata uccisa sul cancello dell’ospedale insieme alla sua guardia del corpo, il somalo Mohamed Mohamud, un padre di famiglia che non ha esitato a buttarsi avanti per fare scudo col suo corpo ai colpi di proiettile. Mentre gli assassini fuggivano, i primi soccorritori hanno trovato due corpi crivellati di colpi in mezzo ad una pozza rossa, in cui sangue cristiano e musulmano erano mescolati insieme.

Un segnale che solo nel dialogo tra le due religioni si può trovare la via per la pace. Leonella, che all’indomani della sua morte è stata ricordata da Benedetto XVI come “artigiana di pace”, è morta dissanguata ripetendo: “Perdono, perdono, perdono”. Per quei suoi figli in guerra e per i bambini senza futuro, per le donne che nelle missionarie hanno sempre visto un segnale di civiltà e di speranza. Leonella ci credeva davvero. Era tornata dal Kenya tre giorni prima di essere uccisa e in quei giorni aveva rilasciato una intervista ad una televisione austriaca in cui spiegava: “Anche i musulmani nella loro religione vera sanno che Dio è tolleranza, Dio è misericordia, Dio è amore e ama le sue creature. In realtà non ci dovrebbero essere difficoltà a lavorare insieme. E qui non ci sono”.

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