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«Fa’ silenzio, càlmati!»

Catholic Church England
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E’ necessaria lucidità e uso sapiente della Scrittura, non il tifo per le proprie idee quando di mezzo c’è la guerra.

di Giovanni Marcotullio

Non vorrei scatenare alcuna zuffa mediatica, ma sento di dover prendere la parola in merito alle sterili polemiche in cui i cattolici si stanno dividendo in queste ore e in queste giornate. Ci vorrebbe una parola distesa e distensiva, chiara e chiarificatrice, e se ci penso troppo smetto subito di scrivere. Però io devo scrivere, e mentre sento l’esigenza bruciante di dire cose che mi vengono da dentro spero che avvenga il miracolo: che quanto brucia in me rinfreschi fuori di me, e che lo sdegno che mi si accende nelle ossa spenga i toni accesi delle voci che, per dirla con il Borromeo manzoniano (un altro vescovo modernista, a quanto pare), vorrebbero esortare «il generale ad avere paura».
Perché di questo si parla (fin troppo), e fa molta tristezza vedere che sono in preda al panico personaggî che in altre situazioni si erano già dimostrati calmi e lucidi, fiduciosi e quindi forti.

Il Papa starebbe smarrendo la bussola. Il Papa l’avrebbe smarrita da un pezzo. Addirittura Bergoglio, il Vescovo di Roma, non sarebbe mai stato Papa, perché Benedetto XVI avrebbe rinunciato all’episcopato romano soltanto, e non al papato. Oppure no, Bergoglio è Papa, e anzi il problema è proprio che i Papi sono due – cosa che ha certamente a vedere con la (prossima) fine dei tempi (lo suffragano anche svariate rivelazioni private!). Nessuna delle sciocchezze che ho elencato sopra, purtroppo, è priva di autore e – come esige lo spirito di contesa e di divisione – di seguaci, di partigiani, di zelanti divisori del corpo di Cristo. Ricostruire la storia di ognuna di esse sarebbe inutilmente lungo e non attiene a quanto mi preme dire qui; d’altro canto il loro elenco (lungi, purtroppo, dal potersi dire esaustivo) risulta utilmente ricapitolativo delle tendenze velatamente scismatiche ed ereticali che serpeggiano “en angeli lucis” tra i media – cattolici e non.

La mia tristezza si accresce quando vedo che accorti intellettuali cattolici sbandano reiteratamente, su questa pista, al punto da giungere a suffragare le proprie sciagurate prospettive con le letture di “intellettuali” dichiaratamente non credenti, e cui per ciò stesso manca l’orizzonte ermeneutico fondamentale della vita della Chiesa (che è la fede che spera e diventa fattiva nell’amore). «Ma perch’io non proceda troppo chiuso», come direbbe il Poeta, chiariamo che sto parlando di Antonio Socci e di Massimo Cacciari. E qui è subito necessario che io mi fermi, per sgombrare il campo da sospetti che risulterebbero tanto fastidiosi quanto inutili: nessuna ostilità, nemmeno la più piccola antipatia mi offusca la vista quando guardo a Socci e a Cacciari, che anzi considero menti acute e interlocutori di livello. Nessun problema, anzi, a dichiararmi subalterno a loro per cultura ed erudizione1, ma come dopo Elifaz, Bildad e Sofar osa prendere la parola anche il giovane Eliu (Iob 32-37), così faccio pure io, che spero di condividere con Eliu l’età e con Daniele (Dan 13) l’esito dell’intervento.

Quanto a Socci, in più, aggiungo alla stima e alla riverenza dovute alla sua già consueta acutezza anche l’affetto del correligionario e la cura che un membro del corpo di Cristo deve a un altro membro evidentemente piagato. Le sofferenze che hanno messo e mettono alla prova la sua vita sono note a tutti, per cui non è d’uopo che farvi cenno. Tale cura, del resto, può doversi esprimere nelle forme di una cauterizzazione, e so che su questo egli stesso sarebbe d’accordo con me – dal momento che è lui il primo a supporre di dover cauterizzare il capo della Chiesa visibile.

E tale cauterizzazione, che Socci dispensa appassionatamente da molti mesi ormai, trova il suo ultimo 

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