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Cosa accade a una persona che non ripara a un furto commesso?

© Photographee.eu/SHUTTERSTOCK

padre Angelo Bellon, o.p. - Amici Domenicani - pubblicato il 22/08/14

Uno non è veramente pentito dei propri peccati finché non ha reintegrato, in varie forme, il suo prossimo dei beni che gli ha tolto

Quesito
Gentile Padre Angelo,
sarei veramente lieta di ricevere delle risposte riguardo alcune domande che da tempo mi pongo senza riuscire a trovare chiari riferimenti. Ho letto che per ottenere il perdono di Dio dei peccati è necessaria la contrizione (perfetta o imperfetta), il pentimento e il proposito di non commettere più i peccati. Dopo l'assoluzione del Sacerdote e il Sacramento della Penitenza si torna nuovamente in Grazia di Dio.

La riparazione è sempre necessaria per ottenere il Perdono di Dio? Se una persona non ripara i suoi peccati va all'inferno nonostante l'assoluzione del Sacerdote?

​Spesso riparare una colpa con lo stesso mezzo con cui si è commessa è veramente difficile. Ad esempio, se un ladro non ha la forza di restituire il furto, ma decide di fare una cospicua offerta ai poveri compie un atto di riparazione? Se una persona che pronuncia maldicenze non ha il coraggio di ritrattarle, ma offre rosari e penitenze in riparazione dei suoi errori compie un atto di riparazione? Le opere buone possono considerarsi atti di riparazione?
Grazie Padre Angelo, confido in una Sua risposta e soprattutto in una sua preghiera.

Risposta del sacerdote
Carissima,
1. a proposito della riparazione è necessario ricordare che tutti i nostri peccati sono stati riparati da Gesù Cristo, e in maniera abbondante, con la sua passione e morte. Nella Confessione sacramentale viene applicata la riparazione attuata da Cristo a chi di quei peccati se ne pente e si confessa. La penitenza che viene data dal confessore è una nostra partecipazione personale alla passione compiuta dal Signore.

2. A questo proposito Giovanni Paolo II ha scritto in Reconciliatio et paenitentia: “Non è certo il prezzo che si paga per il peccato assolto e per il perdono acquistato; nessun prezzo umano può equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo sangue di Cristo. Le opere della soddisfazione – che, pur conservando un carattere di semplicità e umiltà, dovrebbero essere rese più espressive di tutto ciò che significano – vogliono dire alcune cose preziose:
I- esse sono il segno dell’impegno personale che il cristiano ha assunto con Dio, nel sacramento, di cominciare un’esistenza nuova (e perciò non dovrebbero ridursi soltanto ad alcune formule da recitare, ma consistere in opere di culto, di carità, di misericordia, di riparazione);
II- includono l’idea che il peccatore perdonato è capace di unire la sua propria mortificazione fisica e spirituale, ricercata o almeno accettata, alla passione di Gesù che gli ha ottenuto il perdono;
III- ricordano anche che dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il significato dell’umile, ma sincera soddisfazione” (RP 31,III).

3. Quanto tu mi chiedi invece è la stretta riparazione nei peccati riguardanti la giustizia, dove il termine “riparazione” sta per “restituzione”. Allora nei peccati contro la giustizia è necessaria la restituzione perché uno non è veramente pentito dei propri peccati finché non ha reintegrato il suo prossimo dei beni che gli ha tolto.

4. Di per sé la restituzione va fatta al proprietario.
Non si richiede però di esporsi davanti a lui e dirgli: “Guardi, io le ho sottratto questo, adesso restituisco” perché in questo modo uno si espone alla vergogna e al disonore. Lo si può fare in mille maniere.

5. Se la persona derubata non è stata particolarmente danneggiata dal furto o non si riesce a trovare una via per la restituzione si può riparare (stavolta la parola è esatta) elargendo il corrispettivo per opere di carità, come hai detto tu.

6. Lo stesso discorso vale per la maldicenza. A volte diventa difficile ritrattare pubblicamente tutto quello che si è detto.
Ma si può fare l’equivalente cercando di minimizzare le cose o oppure dicendo: “Di quello che ho detto la volta scorsa non sono certo. È come se non ti avessi detto niente e tu non avessi saputo nulla. E poi ognuno ne ha per sé…”.
Intanto pregare per la persona di cui si è parlato male è cosa ottima. Ma di per sé non è ancora sufficiente.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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