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La natalità come salvaguardia della libertà

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Quello contro la famiglia è l’atteggiamento di tutte le tipologie di totalitarismo

dono da accogliere, ma in quanto prodotto da fabbricare?

La natalità non gode per l’appunto di migliore considerazione nella società della produzione e del consumo, dove è apparso un nuovo motivo per dichiarare la superfluità dell’umano. Günther Anders lo vedeva originato da quella che ha chiamato « vergogna prometeica »: il sentimento che si impadronisce dell’uomo « di fronte all’”umilante” altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi ». (8) Dinanzi al mondo dei propri prodotti l’homo faber è assalito da un senso di radicale frustrazione. Gli ripugna di non essere, a sua volta, un prodotto. Si fa scrupolo della propria imperfezione di fronte all’opera delle sue mani.

La « macchia fondamentale » di un tale sentimento di vergogna, prosegue Anders, è da rintracciare nella coscienza di avere un’origine: l’uomo « si vergogna di essere divenuto invece di esser stato fatto, di dovere la sua esistenza, a differenza dei prodotti perfetti e calcolati fino all’ultimo particolare, al processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita ». (9).
Si vede bene come questo visionario anelare alla proprio auto-fondazione esiga di liberarsi dall’origine sessuale. L’onta suprema sta nell’essere nato di donna (« natum esse »). E la suprema desolazione non va considerata, in una simile prospettiva, la propria antiquata origine, che impedisce l’infinita riproducibilità di se stessi? La provenienza dal grembo della donna esclude di per se stessa la serializzazione dell’essere umano. Da qui discende il desiderio dell’uomo contemporaneo di mercificarsi per essere all’altezza dei propri fabbricati, la sua voglia di « diventare un selfmade man, un prodotto ». (10)

Masse o folle: il trionfo dell’impersonalità
L’individualismo non è dunque l’antitesi, bensì la premessa del collettivismo totalitario a ragione del suo tentativo di dis-sociare gli individui per ridurre il popolo a massa. L’uomo-massa è così consegnato al suo destino di atomo isolato: uniforme, identico a miriadi di altri atomi ugualmente destinati ad agglutinarsi in una folla solitaria.
La massa è, nel tempo storico, ciò che la folla è nello spazio: una grande quantità di persone incapaci di esprimere le proprie qualità umane – in primis la creatività – perché svincolate le une dalle altre, tanto come individui quanto come membri di una comunità.

La promiscuità che investe simili aggolomerati è una promiscuità isolante. I componenti di di una folla, ridotti ad individui anonimi e intercambiabili, sono slegati tra loro e si coagulano solo attorno a qualche fattore impersonale e cristallizzante. Nel caso delle folle può essere un evento sportivo (una partita), un evento economico (saldi, liquidazioni) o anche, perché no?, un evento delittuoso (un linciaggio). Nel caso delle masse questo comune denominatore all’insegna dell’impersonalità può essere un evento politico (la kermesse di partito), un evento televisivo (un nuovo talk-show), un evento commerciale (l’ultima novità della telefonia mobile).

La famiglia, al contrario, non fluttua nell’astrazione ma si radica nel sentimento condiviso della reciproca solidarietà, si salda nella coscienza di avere un comune destino. Con buona pace di ogni  vaporoso emotivismo, il sentimento comunitario designa un gruppo di persone legate le une alle altre non solo da doveri e affetti, ma anche da interessi concreti e immediatamente personali.
Nulla meglio della famiglia esemplifica la relazione comunitaria, dove ciascun membro ha il suo particolare posto, adempie la propria specifica funzione condividendo al contempo gli obiettivi economici della comunità (il « bilancio familiare »), le tradizioni (la storia della famiglia), i sentimenti (le liti o gli scherzi), i valori (l’

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