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La natalità come salvaguardia della libertà

A family – it

© DR

Il blog di Costanza Miriano - pubblicato il 21/08/14

Quello contro la famiglia è l'atteggiamento di tutte le tipologie di totalitarismo

di Andreas Hofer

Ogni bambino è di per sé simbolo e sacramento della libertà personale. È un nuovo libero arbitrio che si aggiunge ai liberi arbitri del mondo.

(G. K. Chesterton)

Distruggere la famiglia. È l’imperativo categorico che in ogni tempo ha animato le macchine totalitarie. (1)
Le ideologie sono vere e proprie agenzie di separazione familiare. Sempre, con ostinazione pari solo alla loro ferocia, hanno cercato di dare vita alla più assurda e innaturale delle astrazioni: il mito di un « individuo puro ». Nella realtà storica, infatti, non si dà un individuo assoluto: non esiste un essere emancipato da ogni legame, privo di relazione con qualche suo simile.

Addirittura, sostiene l’antropologo Marc Augé, l’opposizione dei sessi che fonda la famiglia può essere considerata come l’origine e il modello di tutte le opposizioni che servono a pensare l’identità (l’io), l’alterità (la differenza tra l’io e il mondo degli altri io), la relazione (il legame col mondo esterno).
Per realizzare la riduzione della persona a pura individualità le ideologie hanno cercato di operare essenzialmente su due registri, osserva Hannah Arendt nella sua celebre indagine sulle origini del totalitarismo.

Il primo registro è quello dell’isolamento sociale. Col terrore – che è l’essenza della politica totalitaria – si distrugge lo spazio della politica. Spezzare ogni legame tra gli uomini equivale ad impedire l’azione collettiva. L’individuo è ciò che resta: l’uomo che ha perduto il contatto coi propri simili.
Il secondo registro è l’estraniazione. Si tratta di spezzare un altro tipo di legame, e non di minore importanza: il legame simbolico dell’uomo con la realtà circostante. Qui si attacca la vita privata, fino ad istillare un senso di estraneità nei confronti del mondo.

L’uomo sottoposto a questo duplice assalto sente così di essere sradicato (cioè di non avere un posto riconosciuto e garantito dai propri simili) e superfluo (ovvero di non appartenere al mondo).

Ingiustizia e irrealtà
Sradicamento, superfluità, alienazione. Bastano queste parole chiave a smentire parecchi luoghi comuni. Perché il suddito ideale del regime totalitario, dice la Arendt, non è il militante fanaticamente devoto alla causa. Non è, come si crede, il nazista convinto o il comunista convinto. È piuttosto l’uomo de-realizzato, sconnesso dalla realtà: l’individuo per il quale non esiste più la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso. E a ben vedere anche il cittadino infinitamente desiderante del mondo virtuale si attaglia alla perfezione a una simile descrizione…
L’irrealtà, non a caso, è il luogo della somma ingiustizia. È noto che per fare il bene la buona volontà e le buone intenzioni, da sole, non bastano (se non a lastricare le pareti infernali). Prima di agire bene occorre infatti aver conosciuto bene.

Prudentia dicitur genetrix virtutum (« la prudenza è detta madre delle virtù ») ha scritto san Tommaso. È chiaro il motivo che ha portato l’Aquinate ad assegnare un tale rilievo alla virtù della prudenza. Come ricorda Josef Pieper, la prudenza rappresenta il punto d’incontro tra la vita morale e la vita reale.
La preminenza della prudenza esprime, in relazione al campo dell’etica, la struttura fondamentale della realtà. « Il bene – afferma Pieper – presuppone la verità, e la verità presuppone l’essere ». (2)

Ogni attuazione del bene presuppone la conoscenza del reale. Dal momento che il bene è ciò che è conforme alla realtà, come si può compierlo senza sapere come le cose sono, come stanno realmente? Perciò la giustizia richiede un contatto reale con la realtà oggettiva.

Il rifiuto della nascita
La separazione che preclude ogni comunicazione vitale, pertanto, è sempre pretotalitaria. Grazie alle nuove tecnologie della riproduzione il processo di estraniazione dalla realtà acquisisce un inaudito potenziale di invasività: penetra in interiore homines, giunge ad intaccare le strutture più intime della natura umana attraverso la manipolazione delle sue invarianti biologiche.

Di più: va a scalfire con inusitata violenza lo scrigno che per la Arendt custodisce la fonte stessa della libertà umana: la nascita. L’essenza dell’ideologia, ricorda sempre la Arendt, sta proprio nel rifiuto della natalità.
Viene negato cioè il presupposto stesso della libertà, « che si identifica con la nascita degli uomini, col fatto che ciascuno di essi è un nuovo inizio, comincia, in un certo senso, il mondo da capo ». Occorre eliminare non soltanto la libertà, ma la sua stessa fonte, «che è data con la nascita dell’uomo e risiede nella sua capacità di compiere un nuovo inizio ». (3)

Venendo al mondo, ogni persona non è soltanto un nuovo inizio: è dotata della corrispondente capacità di agire, di dare impulso cioè a nuovi inizi. Agire equivale a prendere un’iniziativa, a iniziare qualcosa di imprevedibile ed inatteso che, come la nascita, non doveva avvenire di necessità né doveva necessariamente realizzarsi in quel modo.
Con la nascita viene all’esistenza un mondo nuovo. Si produce la vera, radicale novità di una realtà indipendente dal sistema dell’ideologia: un organismo inassimilabile a un prodotto artificiale. Con la nascita entriamo a far parte di una storia, di cui costituiamo un nuovo capitolo. Non siamo la semplice la ri-produzione di un elemento tipico, invariabile. Ogni nuovo nato non è il pezzo x, tipificato, seralizzato e riassemblato per l’ennesima volta secondo la stessa matrice.

Nella nascita, scriveva in largo anticipo sulla Arendt la geniale penna di Chesterton, si danno appuntamento rinnovamento e gioia, libertà e creatività. Essa è al tempo stesso « simbolo e sacramento della libertà personale » (4) e ricapitolazione dell’esistente: « Il fascino dei bambini consiste nel fatto che per ognuno di loro ricomincia tutto dal principio e l’universo viene di nuovo messo sotto processo ». (5)
Reca con sé, la vibrante vitalità dei bambini, l’emozione virginale e la gioia della scoperta, lo slancio e la freschezza di un nuovo inizio. Annuncio, stupefazione e mistero: è l’invincibile riaffermazione della forza creatrice su tutto quel che concorre ad incupire la condizione umana.

Ogni bambino è « qualcosa che i suoi genitori hanno scelto liberamente di procreare e che liberamente concordano di proteggere » ed è « nato senza l’intervento di padroni e signori. È una creazione e un contributo, il loro contributo alla creazione ». (6)

La « vergogna prometeica » dell’homo faber
La nostra, si dice da più parti, è un’era post-ideologica. Sono tramontate le « grandi narrazioni ». Questo deve confortarci?

Si ricordi che il totalitarismo non richiede la convinta adesione dei propri sostenitori: il tiranno, in esso, rappresenta un antico retaggio, e il militante, allo stesso modo, è al massimo una superflua e momentanea necessità. Anche l’ideologia, al limite, può evitare di presentarsi coi crismi della dottrina ufficiale.
Forse davvero, come osserva Fabrice Hadjadj, la mentalità efficientistica del produttivismo basta e avanza a realizzare il totalitarismo perfetto: « il suddito del regime totalitario non deve essere nato; sfuggirebbe, così, alla propria completa totalizzazione. &Egra
ve; necessario, dunque, che egli sia prodotto ». (7) In fondo non è sufficiente che ogni nuova vita sia vista non più come 
dono da accogliere, ma in quanto prodotto da fabbricare?

La natalità non gode per l’appunto di migliore considerazione nella società della produzione e del consumo, dove è apparso un nuovo motivo per dichiarare la superfluità dell’umano. Günther Anders lo vedeva originato da quella che ha chiamato « vergogna prometeica »: il sentimento che si impadronisce dell’uomo « di fronte all’”umilante” altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi ». (8) Dinanzi al mondo dei propri prodotti l’homo faber è assalito da un senso di radicale frustrazione. Gli ripugna di non essere, a sua volta, un prodotto. Si fa scrupolo della propria imperfezione di fronte all’opera delle sue mani.

La « macchia fondamentale » di un tale sentimento di vergogna, prosegue Anders, è da rintracciare nella coscienza di avere un’origine: l’uomo « si vergogna di essere divenuto invece di esser stato fatto, di dovere la sua esistenza, a differenza dei prodotti perfetti e calcolati fino all’ultimo particolare, al processo cieco e non calcolato e antiquatissimo della procreazione e della nascita ». (9).
Si vede bene come questo visionario anelare alla proprio auto-fondazione esiga di liberarsi dall’origine sessuale. L’onta suprema sta nell’essere nato di donna (« natum esse »). E la suprema desolazione non va considerata, in una simile prospettiva, la propria antiquata origine, che impedisce l’infinita riproducibilità di se stessi? La provenienza dal grembo della donna esclude di per se stessa la serializzazione dell’essere umano. Da qui discende il desiderio dell’uomo contemporaneo di mercificarsi per essere all’altezza dei propri fabbricati, la sua voglia di « diventare un selfmade man, un prodotto ». (10)

Masse o folle: il trionfo dell’impersonalità
L’individualismo non è dunque l’antitesi, bensì la premessa del collettivismo totalitario a ragione del suo tentativo di dis-sociare gli individui per ridurre il popolo a massa. L’uomo-massa è così consegnato al suo destino di atomo isolato: uniforme, identico a miriadi di altri atomi ugualmente destinati ad agglutinarsi in una folla solitaria.
La massa è, nel tempo storico, ciò che la folla è nello spazio: una grande quantità di persone incapaci di esprimere le proprie qualità umane – in primis la creatività – perché svincolate le une dalle altre, tanto come individui quanto come membri di una comunità.

La promiscuità che investe simili aggolomerati è una promiscuità isolante. I componenti di di una folla, ridotti ad individui anonimi e intercambiabili, sono slegati tra loro e si coagulano solo attorno a qualche fattore impersonale e cristallizzante. Nel caso delle folle può essere un evento sportivo (una partita), un evento economico (saldi, liquidazioni) o anche, perché no?, un evento delittuoso (un linciaggio). Nel caso delle masse questo comune denominatore all’insegna dell’impersonalità può essere un evento politico (la kermesse di partito), un evento televisivo (un nuovo talk-show), un evento commerciale (l’ultima novità della telefonia mobile).

La famiglia, al contrario, non fluttua nell’astrazione ma si radica nel sentimento condiviso della reciproca solidarietà, si salda nella coscienza di avere un comune destino. Con buona pace di ogni  vaporoso emotivismo, il sentimento comunitario designa un gruppo di persone legate le une alle altre non solo da doveri e affetti, ma anche da interessi concreti e immediatamente personali.
Nulla meglio della famiglia esemplifica la relazione comunitaria, dove ciascun membro ha il suo particolare posto, adempie la propria specifica funzione condividendo al contempo gli obiettivi economici della comunità (il « bilancio familiare »), le tradizioni (la storia della famiglia), i sentimenti (le liti o gli scherzi), i valori (l’
ethos familiare). La comunità, lungi dal pretendere anonimato e intercambiabilità, richiede la differenziazione dei ruoli e la valorizzazione delle particolarità.

E a nessuno sfugge che il singolo è integrato nella comunità, dove è più libero di sviluppare la propria personalità, in misura assai maggiore di quanto lo sia in una folla o in una massa.
È sintomatico che i regimi totalitari, nei loro tentativi di plasmare un uomo massificato, abbiano sistematicamente spezzato ogni legame comunitario (a cominciare dagli attentati a quelli che nella Dottrina Sociale della Chiesa vengono denominati « corpi intermedi »: famiglia, chiesa, sindacati, associazioni locali, perfino i circoli degli scacchi o i gruppo sportivi) per poterli forgiare in maniera tale da collegare direttamente ogni individuo col potere centrale.
La nascita sola, dunque, assicura la salvaguardia della vera libertà. Ed è la comunità familare, il luogo delle origini, ad farsene garante. La famiglia ci affranca così dalla minaccia della superfluità. Scaccia l’incubo di diventare prodotti serializzati, intercambiabili, anonimi. Una consapevolezza, questa, che deve maturare in ciascuno di noi delle concrete direttive di fronte alle insidie dell’oggi. Tutto si riassume nelle parole di Gustave Thibon: « L’amore più alto si riconoscerà da questo segno, che saprà salvare la realtà più umile ». (11)

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(1) Si può vedere a questo proposito Jean-Jacques Walter, Les machines totalitaires, Ed. Denoël, Paris 1982, pp. 28-37.
(2) Josef Pieper, La luce delle virtù, tr. it. San Paolo, Milano 1999, p. 17.
(3) Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, 3a ed., tr. it. Comunità, Torino 1999, pp. 638-369.
(4) G. K. Chesterton, Bebé e distributismo, in Il pozzo e la pozzanghera, tr. it. Lindau, Torino 2012 (ed. or. 1935), p. 158).
(5) Idem, Difesa del culto dei bambini, in Il bello del brutto, tr. it. Sellerio, Palermo 1985 (ed. or. 1901), p. 85.
(6) Bebé e distributismo, cit., ibidem.
(7) Fabrice Hadjadj, Mistica della carne. La profondità dei sessi, tr. it. Medusa, Milano 2009, p. 149.
(8) Günther Anders, L‘uomo è antiquanto, vol. I, Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 57.
(9) Ivi, p. 58.
(10) Ivi, p. 59.
(11) Gustave Thibon, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, tr. it. Effedieffe, Milano 1998, p. 240.

Qui l’originale

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