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L’odissea dei cristiani in Iraq: vogliamo Papa Francesco qui

© KARIM SAHIB / AFP

IRAQ, Arbil : Iraqi Christians fleeing the violence in the towns of Qaraqush and Bartala, both east of the city of Mosul in the northern province of Nineveh, pray at the Saint George church on July 1, 2014 in the Kurdish autonomous region's capital Arbil. The Islamic State (IS) has spearheaded a lightning advance since June 9, capturing sizeable territories in the north and west, including the country's second city Mosul. AFP PHOTO /KARIM SAHIB

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 20/08/14

Si sentono abbandonati e dimenticati di tutto. Sono ammassati in gran parte ad Erbil

Rifugiati e dimenticati. I cristiani in Iraq si sentono abbandonati da tutti o quasi. Uno dei pochi punti di riferimento rimasti è Papa Francesco. E’ lui la stella cometa che sta insistendo a far accendere i riflettori sulla loro difficile situazione, mentre istituzioni e soldati curdi ragionano su come strappare terreno ai fanatici dello Stato Islamico. 

UNA PREGHIERA PER I CRISTIANI
Anche oggi Bergoglio nel corso dell’udienza generale ha invitato i presenti ad unirsi «alla preghiera per tutti i cristiani perseguitati nel mondo, particolarmente in Iraq, e pregare anche per le minoranze religiose non cristiane in Iraq, anch’esse perseguitate» (Avvenire, 20 agosto). Un invito che arriva anche in risposta alle notizie sempre più preoccupanti circolate in queste ore sulla stampa. In un reportage di Repubblica (20 agosto) i cristiani denunciano che il genocidio degli yazidi e l’offensiva curda contro lo Stato islamico sta oscurando le cronache sul calvario dei caldei e dei siriaci, sfuggiti alle persecuzioni jihadiste a Mosul, Qaraqosh e Bartella.

SOFFERENZA E MARTIRIO
Le testimonianze raccolte dal giornalista ad Erbil sono emblematiche. «Solo Papa Francesco si ricorda ancora di noi: ha detto che verrà a consolarci, ma il mondo ci ha già abbandonato», sostiene Fryal Acim, insegnante di 43 anni, accampata da due settimane nella chiesa di San Giuseppe. «Piangiamo e preghiamo per tutti gli yazidi, soprattutto per le loro ragazze, che sono state rapite e stuprate da quei bruti. Ma anche noi abbiamo appena sofferto un dolorosissimo martirio».

FUGA SENZA RITORNO
C’è sempre più la consapevolezza che la fuga dalla piana di Ninive è senza ritorno. «Abbiamo perso il passato e ancora non abbiamo un futuro», dice Hassan Habili, 32 anni, scappato con la famiglia all’alba del 6 agosto scorso, poco prima che gli islamisti invadessero Qaraqosh. «Non ci fidiamo più di nessuno, perché anche se i peshmerga e l’esercito federale iracheno dovessero riconquistare i nostri villaggi, permarrebbe comunque il pericolo di un ritorno dei jihadisti che, più o meno nascostamente, ci massacrano da sempre. Chi ci dà la garanzia che tra sei mesi o tra sei anni non ricomincino a farlo?».

LA DIGNITA’ PERDUTA
«Lo sa perché vorremmo tanto che Papa Francesco venisse a trovarci?», chiede al cronista Hamad Abdul Aziz, 38 anni, ex guardiano notturno di Bartella, scampato per miracolo alla scure islamista dopo aver tentato di difendere con la sua pistola d’ordinanza il prete della sua chiesa. «Perché oltre al cibo e ai vestiti ciò che ci serve di più in questo momento è la dignità. E solo il Papa è in grado di ridarcela. L’abbiamo perduta quando siamo dovuti scappare dalle nostre terre. Forse abbiamo agito vigliaccamente, ma era l’unico modo di salvarci. Abbiamo perso tutto, ma non la vita». 

TUTTI AMMASSATI AD ERBIL 
Ad Erbil, nelle strutture scolastiche e nei cortili della cattedrale caldea attualmente ci sono 600 famiglie, in tutto 3.060 persone (delle quali 500 bambini sotto i 14 anni) che caldei non sono: per il 99 per cento si tratta di siriaci cattolici di Qaraqosh, più qualcuno di Karamlish e di Mosul, quei pochi rimasti qui dopo l’esodo di fine giugno, inizio luglio (Tempi.it 14 agosto)

UNA IMMENSA PIANURA FANTASMA
La piana di Ninive è invece un immensa distesa fantasma. Come racconta il Corriere della Sera (20 agosto), scendendo nella vallata sassosa che dal piccolo villaggio cristiano di Alqosh adduce al monastero di Rabban Hormizd non si scorge anima viva. Non c’è traccia neppure dei monaci eremiti, che temendo l’orda degli islamici si sono dati ad una fuga, probabilmente verso le montagne turche. 

NESSUNA TRACCIA DEGLI EREMITI 
«Monaci, clero locale, assieme a gran parte dei fedeli restano nascosti nelle città e i villaggi che portano al confine con la Turchia», dice l’unico negoziante che ha aperto ad Alqosh. «I soldati curdi sono scappati più veloci di noi. Se non ci fossero i raid americani qui adesso sarebbe tutto in mano ai sunniti».

Tags:
cristiani perseguitati in iraqiraqisispersecuzione cristiani
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