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La Chiesa colombiana accompagna le vittime del conflitto al tavolo dei negoziati a Cuba

© AFP PHOTO / www.prensalatina.cu
CUBA, HAVANA : Handout picture released by Cuban official website www.prensalatina.cu showing some of the 12 victims of the Colombian armed conflict during peace talks between the Colombian government's delegation and the FARC-EP guerrilla on August 16, 2014 in Havana. Delegates of the Colombian government and of the guerrilla met a group of 12 victims of the Colombian armed conflict. AFP PHOTO/prensalatina.cu
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Un evento storico di perdono e di dialogo mai accaduto in America Latina

E’ successo qualcosa di storico a Cuba ed è giusto sospendere per un momento il flusso informativo che ci sommerge per notarlo. Qualcosa che in altri scenari di conflitto, o di post conflitto anche in America Latina, non è ancora accaduto nella qualità necessaria a richiudere le ferite. Una delegazione di vittime della lunga guerra che si è combattuta in Colombia – e paradossalmente ancora si combatte e si muore –si è incorporata alle delegazioni del governo e della guerriglia che da un anno siedono attorno ad un tavolo a Cuba per mettere a punto un accordo di pace che metta definitivamente fine a mezzo secolo di lotte cruente. Un momento atteso e temuto, necessario e allo stesso tempo riprogrammabile nel suo esito.

Nel silenzio generale, sotto lo sguardo sospeso dei presenti, il capo della delegazione delle Farc, Ivan Márquez, si è avvicinato a Constanza Turbay e le ha stretto la mano accompagnando il gesto da parole che non si sono potute sentire ma che la donna ha riassunto poco dopo. “Márquez si è avvicinato con sentimenti di sincerità e mi ha chiesto perdono. Non è stato un perdono meccanico, è stato un perdono di cuore. Ha detto che è stato un errore quello che è successo con la mia famiglia e di aver fiducia che si giungerà alla verità”.

La famiglia di Constanza Turbay, sette operazioni al collo per un tumore, è stata sterminata il 29 dicembre del 2000 da un commando delle Farc mentre si spostava verso l’aeroporto della provincia del Caquetá. Sull’asfalto sono stati fucilati la madre, Inés, il fratello Diego, noto politico del Partito Liberale e membro della Commissione di pace della Camera, un amico della famiglia, Jaime Peña, tre uomini di scorta e l’autista. Un caso Moro a tredicimila chilometri di distanza, che come l’assassinio del politico italiano ebbe un fortissimo impatto sulla società colombiana.

E’ iniziata così l’ultima e più difficile fase dei negoziati, dopo gli accordi già raggiunti sulla riforma agraria, la questione della terra, la partecipazione alla vita politica dei guerriglieri una volta ex, la lotta al narcotraffico. Con un gesto inaspettato e allo stesso tempo sperato, che Constanza Turbay ha detto di aver atteso da 19 anni.

Nello stesso momento in cui a l’Avana vittime e carnefici si guardavano negli occhi, a Bogotà, dove aveva luogo un Congresso che vede tra i suoi partecipanti anche l’arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn un altro cardinale, il colombiano Rubén Salazar Gómez, apriva la sua relazione dichiarando che “la Colombia è capace di misericordia”. Forse non sapeva ancora quello che era appena accaduto a Cuba, o forse contava sulla qualità umana di una vittime che aveva collaborato a selezionare. Anche così non c’è nulla di automatico in quel che è avvenuto, nulla di scontato, nulla di facile. Ma e chiaro a tutti, in Colombia, che solo la misericordia può rendere vera anche la giustizia.

La delegazione che ha raggiunto i veterani negoziatori a Cuba è formata da cinque vittime delle Farc, 4 dello Stato, due dei paramilitari e una di altri gruppi armati. Un campionario di storie tragiche, di inaudita violenza. Come quella di Ángela María Giraldo, sorella di Francisco Javier Giraldo, un politico sequestrato nell’aprile del 2002 e assassinato nel 2007 con altri prigionieri, o di Yaneth Bautista sorella di un membro movimento guerrigliero M-19 che dopo lo scioglimento venne rapito e assassinato da militari deviati. Luz Marina Bernal, nel gruppo dei 12, ha visto rapire e uccidere il figlio ventiseienne, anch’egli da militari corrotti. Nelly González, madre del tenente Alfonso Rodríguez assassinato dalle Farc ha ammesso di essere arrivata nell’isola piena di “paura, angoscia, con ansia per doversi trovare davanti ai carnefici”. Ha poi riconosciuto di essere stata ascoltata con molto rispetto; con parole precise ha detto che quello vissuto è “il primo momento in cui si sono potute toccare forse le fibre dell’essere umano”.

A loro si aggiungeranno altri 60 delegati nei prossimi giorni, in rappresentanza di 6,7 milioni di vittime registrate come tali.
 

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