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Papa Francesco: «Il relativismo spinge verso le sabbie mobili»

© CTV / Youtube

Massimo Introvigne - La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 18/08/14

Bergoglio apre al dialogo con la Cina a partire dal rispetto ma anche da una chiara identità dei cristiani asiatici

Il 17 agosto 2014, quarto giorno del suo viaggio in Corea, Papa Francesco ha incontrato prima i vescovi dell’Asia nel santuario di Haemi, dedicato al «martire ignoto», cioè ai tanti martiri cristiani coreani di cui non si conosce il nome, quindi i giovani della Giornata Asiatica della Gioventù. Il Papa ha preso come sua guida un documento fondamentale sull’Asia di san Giovanni Paolo II (1920-2005), l’esortazione apostolica «Ecclesia in Asia» del 1999: l’ha citata spesso – come già aveva fatto in precedenza nel corso del viaggio -, ha invitato a rileggerla e ha mostrato come s’inserisce nel complessivo Magistero di san Giovanni Paolo II, con particolare riferimento alla precedente enciclica «Veritatis splendor» del 1993 e alla critica del relativismo. 

La denuncia del relativismo è stata al centro del discorso ai vescovi, uno dei più importanti finora pronunciati nel pontificato, che prende posto in una sequenza organica d’interventi sul tema di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, dopo che già nell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium» Papa Francesco aveva affermato che il relativismo, con la sua «tremenda superficialità» sulle «questioni morali», non danneggia solo la religione «ma la vita sociale in genere». 

L’esortazione del 1999 «Ecclesia in Asia», ha detto il Papa, partiva dall’ovvia constatazione che i cristiani in Asia sono minoranza in regioni dove predominano altre grandi religioni, e indicava la strada del dialogo interreligioso non solo come una scelta irreversibile di tutta la Chiesa, ma come un cammino in cui i cattolici asiatici hanno un ruolo speciale. «Ma – si è chiesto il Pontefice – nell’intraprendere il cammino del dialogo con individui e culture, quale dev’essere il nostro punto di partenza e il punto di riferimento fondamentale che ci guida alla nostra meta? Certamente esso è la nostra identità propria, la nostra identità di cristiani. Non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non siamo consapevoli della nostra identità». San Giovanni Paolo II sapeva bene che il contatto con altre grandi religioni, se può essere affascinante e fecondo, espone anche i cattolici asiatici al rischio del sincretismo e del relativismo.

Senza una chiara consapevolezza della nostra identità, non siamo neanche capaci di vero dialogo. È un punto chiave del Magistero di san Giovanni Paolo II – e di Benedetto XVI – che Francesco ha ripreso con forza: «Se vogliamo comunicare in maniera libera, aperta e fruttuosa con gli altri, dobbiamo avere ben chiaro ciò che siamo». Oggi questo non è facile, perché «lo spirito del mondo» ci tenta con «l’abbaglio ingannevole del relativismo, che oscura lo splendore della verità e, scuotendo la terra sotto i nostri piedi, ci spinge verso sabbie mobili, le sabbie mobili della confusione e della disperazione». 

Il riferimento all’enciclica «Veritatis splendor» offre a Francesco l’occasione per ribadire che il relativismo non riguarda solo gli altri, i non cattolici, ma «è una tentazione che nel mondo di oggi colpisce anche le comunità cristiane, portando la gente a dimenticare che “al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli” (Gaudium et spes, 10; cfr Eb 13,8)». E non si tratta solo del relativismo «inteso come un sistema di pensiero»: c’è anche un «relativismo pratico quotidiano che, in maniera quasi impercettibile, indebolisce qualsiasi identità». 

Nasce qui una seconda «minaccia alla nostra identità cristiana», che è «la superficialità: la tendenza a giocherellare con le cose di moda, gli aggeggi e le distrazioni, piuttosto che dedicarsi alle cose che realmente contano». In una cultura «che esalta l’effimero e offre numerosi luoghi di evasione e di fuga», la superficialità che nasce dal relativismo «può anche manifestarsi nell’essere affascinati dai programmi pastorali e dalle teorie», che qualche volta tendono a sostituire anziché a favorire «una solida catechesi e una sicura guida spirituale. Senza un radicamento in Cristo, le verità per le quali viviamo finiscono per incrinarsi, la pratica delle virtù diventa formalistica e il dialogo viene ridotto ad una forma di negoziato, o all’accordo sul disaccordo».

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