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Mi conosco? Mi amo?

Courtesy of Emma Wright

padre Carlos Padilla - Aleteia - pubblicato il 14/08/14

Quanto contano le apparenze! Com'è facile cadere nel giudizio su noi stessi e sugli altri!

Nell’essere umano c’è una tendenza naturale a far piacere dal momento in cui nasce. Perché ci piace essere simpatici, suscitare ammirazione. Cerchiamo l’affetto e l’attrazione delle persone. Non importa ciò che diranno, cosa pensano di noi. Sappiamo che il volto è lo specchio dell’anima e a volte ne soffriamo. Perché i nostri occhi svelano più di quello che vorremmo mostrare.

Ad essere sinceri, però, il problema non è quello che gli altri vedono in noi, ma quello che c’è davvero nel cuore e nel nostro sguardo sulla nostra vita. Ciò che conta è sapere qual è la verità e accettarla con gioia, senza paure, senza angosce.

Quando ci guardiamo bene, quando ci amiamo senza paura, quando ci accettiamo senza voler essere diversi, siamo molto più felici e pieni. Quando però non è così, quando respingiamo la nostra verità e cerchiamo di nascondere quello che siamo, ci spaventa mostrare ciò che proviamo, dire quello che pensiamo, svelare ciò che è nascosto nel cuore.

Ci piace risultare graditi e il rifiuto ci spaventa. Per questo a volte usiamo delle maschere, fingiamo sentimenti e mostriamo ciò che non proviamo realmente. Il desiderio di voler piacere è molto forte nel cuore.

E come il volto si impegna a riflettere ciò che c’è nell’anima, dissimuliamo, fingiamo, optiamo per far prevalere le apparenze anziché riflettere la verità. Ci sforziamo di sembrare più magri, più belli, più svegli, più capaci, più sportivi, meglio vestiti. Sempre di più. Il telefonino ultimo modello, i vestiti più ammirati; è il mondo della vetrina.

Compriamo per gli occhi. Ci lasciamo abbagliare da una bellezza spesso superficiale. E tutti cadiamo nella tentazione di sembrare ciò che non siamo. Per questo ci costa essere onesti e mostrare la nostra realtà. Senza tanto glamour, senza tanta bellezza.

Ci attira l’apparenza, l’estetica, quella bellezza superficiale che non parla necessariamente della bellezza interiore. Le cose che brillano, le persone che illuminano con le loro parole, con il loro fisico. Diamo molto valore al corpo, a ciò che ci entra attraverso gli occhi.

E dimentichiamo che il tesoro è nascosto nella parte più profonda, sotto i vestiti che dissimulano tutto, nascosto nel core. Restiamo in superficie, innamorati di ciò che gli occhi accarezzano e le mani trattengono.

Ci convinciamo che non è ciò che conta e crediamo che in realtà non ci muoviamo in base a quel criterio superficiale, ma poi la vita ci insegna che non è così; lo facciamo.

Molte volte giudichiamo in base alle apparenze, analizziamo chi vediamo per la prima volta per il suo modo di vestire. Trattiamo le persone in modo diverso in base al loro aspetto, al loro modo di parlare, alla loro provenienza. Ci entusiasmano le cose piene di luce e quelle opache ci suscitano disprezzo.

Temiamo nel cuore per l’opinione che gli altri possono avere di noi. Il loro giudizio ci spaventa. Applichiamo il detto: “Il ladro crede che tutti siano come lui”. E a volte siamo così duri nei giudizi che ci spaventa che anche gli altri possano non avere misericordia nei nostri confronti.

Diceva Sant’Agostino che ci sono uomini che giudicano temerariamente, che sono detrattori, pettegoli, che si impegnano a sospettare ciò che non vedono, a strombazzare anche ciò che quasi neanche sospettano.

Anche papa Francesco ha parlato del pettegolezzo: “Quanto chiacchieriamo noi cristiani! La chiacchiera è proprio spellarsi eh? Farsi male l’uno l’altro. Come se volesse diminuire l’altro, no? Invece di crescere io, faccio che l’altro sia più basso e mi sento grande”. “Sembra bello chiacchierare”; “non so perché ma sembra bello. Come le caramelle al miele, no? Tu ne prendi una: ‘ah, che bello!’, e poi un’altra, un’altra, e alla fine ti viene il mal di pancia”.

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Tags:
spiritualità
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