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Papa Francesco “favorirà una Chiesa più disarmata, più agguerrita dal punto di vista spirituale”

© TIZIANA FABI / AFP

Vatican City : Pope Francis greets an handicapped person after his general audience in St Peter's Square at the Vatican on May 14, 2014. AFP PHOTO / TIZIANA FABI

Terre D'America - pubblicato il 13/08/14

Qual’era il rapporto di suo zio con la politica? Lui è un uomo di Chiesa, ma non si puo’ non notare l’istinto politico, la sua mente strategica. Quali sono le sue posizioni politiche?

Non guarda la politica in senso partitico; la vede como un momento necessario per ricostruzione della patria. Dice che la politica è l’aspetto piú alto e nobile della carità; ne parla da questo punto di vista. Ogni politica che non abbia come orizzonte il bene comune e la carità è una politica di dubbio valore. Sto giusto lavorando a una ricerca sullo zio e la politica. C’è una cosa molto bella che dice in proposito: le politiche non gestiscono, non amministrano un conflitto, una crisi; si mettono in movimento affinchè tutti godano del frutto del loro lavoro. Ritiene che ci debba essere un nesso molto stretto tra la politica e il lavoro. Non c’è una politica sana se non si generano nuovi posti di lavoro per la gente.

Quindi non potrebbe dire se suo zio era di destra o di sinistra?

A lui non piacciono le etichette. Lo vedi da una parte, poi da quella opposta e ti chiedi: ma da che parte sta? Si occupa dei poveri, questo sì, e della giustizia sociale, ma mai da destra o di sinistra. Forse dal punto di vista teologico è più conservatore, ma da quello pastorale è più progressista.

La Chiesa in America latina è molto diversa dalla Chiesa europea. Quali sono le basi del suo pensiero?
La mia opinione è personale, non so se lui sarà d’accordo. Lui è gesuita, e la formazione dei gesuiti è all’avanguardia. Hanno sempre praticato il dialogo con il mondo. C’è poi la religiosità popolare dell’America Latina, dove è cresciuta tanto una teologia detta della liberazione come una teologia della cultura. Credo che lui protenda più per la seconda, a cui peraltro ha dato un grande contributo. Fa spesso riferimento all’evangelizzazione della cultura, per esempio nelle università.

In famiglia ha mai parlato del suo rapporto con la dittatura?

Le accuse rivolte allo zio, quelle che lo mettevano in nesso con la dittatura, sono sempre state motivo di grande dolore per tutta la nostra famiglia. Ma non gli abbiamo mai chiesto niente perché sapevamo che nel momento in cui avesse voluto parlare lo avrebbe fatto. Peró, quando mi ha regalato il libro “Il Gesuita” mi ha detto: questo lo devo a voi, vi dovevo una spiegazione. Suppongo che si stava riferendo un po’ a tutto, ma in modo speciale a quegli anni in cui noi abbiamo rispettato il suo spazio personale. Ho molti ricordi di quel periodo, quando aiutava persone, e anche la mamma lo faceva. Eravamo piccoli, però ogni tanto andavamo all’aeroporto di Ezeiza con qualcuno che non conoscevamo, di modo che presumo che fosse per questo. I miei genitori, dato che anche loro aiutavano, mi portavano con loro. Ricordo una volta che non sapevamo dove stavamo andando. Dicevano che andavamo da un amico dello zio. Poi, da grande, ho incominciato a collegare le cose.

Ha mai discusso i suoi problemi con la famiglia?

Mai; è di un ermetismo impressionante. A volte gli chiedevo: e allora? Come va? Non mi ha mai detto niente. Lo stesso sui politici in campo e la politica. Gli chiedevo chi votare ma non mi ha detto mai niente. E’ molto riservato.

Cosa disse quando tornò dal conclave nel 2005?

Nulla. Gli abbiamo detto: “zio, quasi ti fanno Papa” e non ha fatto nessun commento.

E voi, cosa avete pensato?

Noi, dicevamo: “uuh, povero zio!”; no, non volevamo. Perchè implica molto lavoro, molta responsabilità, e sappiamo che lo zio non è un uomo di palazzo. Non gli sarebbe piaciuto per niente. Di fatto, quando è stato eletto, quando ha tardato ad affacciarsi sul balcone, me lo immaginavo con la forbice in mano tagliando tutti gli ornamenti, e pensavo: “questo è lo zio”. Poi la prima cosa che vedo sono le scarpe. Prima che rinunciasse Benedetto XVI ho avuto una conversazione molto bella con lui su come mi sarebbe piaciuto che fosse il papato, come mi sarebbe piaciuto che fosse la Chiesa. E gli dicevo: “c’è proprio bisogno delle scarpe rosse?”. Così, dopo essere stato eletto, mi ha chiamata al telefono e mi ha detto: “Non mi sono messo le scarpe rosse”.

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