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Suor Azezet Kidane, l’angelo degli schiavi nel Sinai

© Public Domain
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Missionaria comboniana lotta per le migliaia di migranti, soprattutto eritrei, vittime di trafficanti

di Anna Pozzi

Il cellulare suona in continuazione. A qualsiasi ora. E lei risponde. Sempre. Suor Azezet Habtezghi Kidane, missionaria comboniana, non ha apparentemente tregua. Perché si occupa di chi non ha praticamente pace. Spesso, quando arrivano a lei, portano ferite sulla pelle e squarci nel cuore. C’è qualcosa di spezzato e di offeso. Dentro e fuori. Suona il telefono. Cambia lingua. «È un giovane uomo eritreo – racconta poi suor Aziza, come la chiamano tutti qui a Betania -; mi telefona almeno venti volte al giorno. L’hanno talmente torturato, violentato, umiliato che qualsiasi cosa gli accada la fa risalire automaticamente a quello che gli è successo nel Sinai. Si sente oltraggiato, indignato, ferito, ma ha anche forti sensi di colpa. Come se fosse in qualche modo responsabile di tutto il male che gli hanno fatto».

Eritrea pure lei, suor Azezet ha scelto il mondo come casa. Divenuta missionaria comboniana, sognava il Sudan, la Perla Nera di Comboni. Si è ritrovata in Medio Oriente, in Israele – Terra Santa e terra maledetta, specialmente per chi ci arriva lungo le rotte dei trafficanti di esseri umani. Sono soprattutto eritrei (ma anche molti sudanesi), in fuga da un regime liberticida che ha ridotto il Paese alla fame e lo ha trasformato in una prigione a cielo aperto. Dal 2004, sarebbero oltre duecentomila gli eritrei che hanno preso le rotte insidiose del deserto. Fanno viaggi lunghissimi, via terra, attraversando Sudan ed Egitto. Spesso si incagliano nelle rocce del Sinai che nascondono le insidie peggiori. È qui che i trafficanti di esseri umani si accaniscono con maggior ferocia e avidità su questo popolo in fuga, strappandogli denaro e dignità. Quando arrivano finalmente in Israele, Terra promessa ma solo per pochi, trovano ben poca ospitalità da un popolo che pure da millenni sa cosa significano emigrazione ed esilio.  Il numero totale degli immigrati illegali entrati dal 2006 in Israele (che ha  8 milioni di abitanti) è stimato in più di 64 mila. Attualmente, dopo che alcuni hanno fatto ritorno nel proprio Paese d’origine, sono circa 53.600. Lo scorso dicembre, la Knesset ha approvato una legge che prevede per gli immigrati irregolari sino a un anno di detenzione preventiva, senza alcun processo. In gennaio, massicce proteste di africani hanno portato il disagio e la rabbia di migliaia di persone in piazza (cfr. box). Dietro, ci sono molte storie tragiche. Suor Aziza le raccoglie presso la clinica di Physicians for Human Rights-Israel, a Tel Aviv, dove opera volontariamente come infermiera. Un lavoro enorme svolto con molta discrezione e umiltà. Qualcuno però l’ha notato e, nel 2012, è stata riconosciuta come "eroe" nella lotta contro il traffico di esseri umani anche dal Dipartimento di Stato americano. Un riconoscimento che le ha permesso di portare all’attenzione internazionale un dramma ancora troppo ignorato, con cui lei si confronta ogni giorno da anni.

«Questi migranti – racconta – vengono sequestrati e sono costretti a trascorrere molto tempo nel Sinai, a volte anche diversi mesi. Prima li tenevano nelle case, ora in sotterranei. Sono maltrattati e torturati. E viene chiesto loro di pagare un riscatto che può arrivare sino a 40 mila dollari. È gente disperata. Alcuni vengono uccisi; altri muoiono per le violenze e gli stenti; altri ancora per la disperazione cercano di suicidarsi. Spesso le donne subiscono violenze e stupri e sono ancora più traumatizzate».Sono racconti dell’orrore quelli che regolarmente affiorano da questo "deserto" di morte: torture,  mutilazioni, ustioni, violenze sessuali, umiliazioni… A cui si è aggiunta la pratica brutale dell’espianto illegale di organi  da coloro che non ce la fanno a sopravvivere o non ce la fanno a pagare – e dunque vengono uccisi. «Raccontano storie così drammatiche che è doloroso persino ascoltarle – dice suor Aziza -. Spesso, nella clinica di Tel Aviv o anche al telefono non possiamo far altro: ascoltare. Sovente, poi, si preoccupano per quelli che sono rimasti indietro. Chiedono di aiutare più loro che se stessi. A volte avrei voglia di piangere, ma non voglio farli stare ancora più male, ma succede, specialmente quando arrivano donne incinte, non sanno di chi, sono così disperate, senza aiuto. Non sai nemmeno cosa dire…».

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