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Suor Azezet Kidane, l’angelo degli schiavi nel Sinai

L’angelo degli schiavi nel Sinai

© Public Domain

MissiOnLine - pubblicato il 11/08/14

Missionaria comboniana lotta per le migliaia di migranti, soprattutto eritrei, vittime di trafficanti

di Anna Pozzi

Il cellulare suona in continuazione. A qualsiasi ora. E lei risponde. Sempre. Suor Azezet Habtezghi Kidane, missionaria comboniana, non ha apparentemente tregua. Perché si occupa di chi non ha praticamente pace. Spesso, quando arrivano a lei, portano ferite sulla pelle e squarci nel cuore. C’è qualcosa di spezzato e di offeso. Dentro e fuori. Suona il telefono. Cambia lingua. «È un giovane uomo eritreo – racconta poi suor Aziza, come la chiamano tutti qui a Betania -; mi telefona almeno venti volte al giorno. L’hanno talmente torturato, violentato, umiliato che qualsiasi cosa gli accada la fa risalire automaticamente a quello che gli è successo nel Sinai. Si sente oltraggiato, indignato, ferito, ma ha anche forti sensi di colpa. Come se fosse in qualche modo responsabile di tutto il male che gli hanno fatto».

Eritrea pure lei, suor Azezet ha scelto il mondo come casa. Divenuta missionaria comboniana, sognava il Sudan, la Perla Nera di Comboni. Si è ritrovata in Medio Oriente, in Israele – Terra Santa e terra maledetta, specialmente per chi ci arriva lungo le rotte dei trafficanti di esseri umani. Sono soprattutto eritrei (ma anche molti sudanesi), in fuga da un regime liberticida che ha ridotto il Paese alla fame e lo ha trasformato in una prigione a cielo aperto. Dal 2004, sarebbero oltre duecentomila gli eritrei che hanno preso le rotte insidiose del deserto. Fanno viaggi lunghissimi, via terra, attraversando Sudan ed Egitto. Spesso si incagliano nelle rocce del Sinai che nascondono le insidie peggiori. È qui che i trafficanti di esseri umani si accaniscono con maggior ferocia e avidità su questo popolo in fuga, strappandogli denaro e dignità. Quando arrivano finalmente in Israele, Terra promessa ma solo per pochi, trovano ben poca ospitalità da un popolo che pure da millenni sa cosa significano emigrazione ed esilio.  Il numero totale degli immigrati illegali entrati dal 2006 in Israele (che ha  8 milioni di abitanti) è stimato in più di 64 mila. Attualmente, dopo che alcuni hanno fatto ritorno nel proprio Paese d’origine, sono circa 53.600. Lo scorso dicembre, la Knesset ha approvato una legge che prevede per gli immigrati irregolari sino a un anno di detenzione preventiva, senza alcun processo. In gennaio, massicce proteste di africani hanno portato il disagio e la rabbia di migliaia di persone in piazza (cfr. box). Dietro, ci sono molte storie tragiche. Suor Aziza le raccoglie presso la clinica di Physicians for Human Rights-Israel, a Tel Aviv, dove opera volontariamente come infermiera. Un lavoro enorme svolto con molta discrezione e umiltà. Qualcuno però l’ha notato e, nel 2012, è stata riconosciuta come "eroe" nella lotta contro il traffico di esseri umani anche dal Dipartimento di Stato americano. Un riconoscimento che le ha permesso di portare all’attenzione internazionale un dramma ancora troppo ignorato, con cui lei si confronta ogni giorno da anni.

«Questi migranti – racconta – vengono sequestrati e sono costretti a trascorrere molto tempo nel Sinai, a volte anche diversi mesi. Prima li tenevano nelle case, ora in sotterranei. Sono maltrattati e torturati. E viene chiesto loro di pagare un riscatto che può arrivare sino a 40 mila dollari. È gente disperata. Alcuni vengono uccisi; altri muoiono per le violenze e gli stenti; altri ancora per la disperazione cercano di suicidarsi. Spesso le donne subiscono violenze e stupri e sono ancora più traumatizzate».Sono racconti dell’orrore quelli che regolarmente affiorano da questo "deserto" di morte: torture,  mutilazioni, ustioni, violenze sessuali, umiliazioni… A cui si è aggiunta la pratica brutale dell’espianto illegale di organi  da coloro che non ce la fanno a sopravvivere o non ce la fanno a pagare – e dunque vengono uccisi. «Raccontano storie così drammatiche che è doloroso persino ascoltarle – dice suor Aziza -. Spesso, nella clinica di Tel Aviv o anche al telefono non possiamo far altro: ascoltare. Sovente, poi, si preoccupano per quelli che sono rimasti indietro. Chiedono di aiutare più loro che se stessi. A volte avrei voglia di piangere, ma non voglio farli stare ancora più male, ma succede, specialmente quando arrivano donne incinte, non sanno di chi, sono così disperate, senza aiuto. Non sai nemmeno cosa dire…».

Un attimo di silenzio. Poi riprende: «Poi ci sono quelli che non vogliono nemmeno raccontare o ricordare. Sono così impauriti, non hanno più fiducia in nessuno. Hanno bisogno di essere trattati come persone, come esseri umani…».Suor Azezet ha scritto anche a Papa Francesco. Sa che il Pontefice è molto attento e sensibile al tema della tratta di persone. Già nei primi giorni del suo pontificato aveva tuonato contro i moderni trafficanti di esseri umani. E lo ha fatto anche lo scorso marzo, nel messaggio  per la Campagna di Fraternità della Conferenza episcopale brasiliana per la Quaresima 2014, incentrata proprio sul tema della traffico di esseri umani: «La "tratta delle persone" è un’attività ignobile – l’ha definita il Papa -, una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate! Sfruttatori e clienti a tutti i livelli dovrebbero fare un serio esame di coscienza davanti a se stessi e davanti a Dio! La tratta di persone è la schiavitù più estesa in questo XXI secolo!». «Anche in questo momento – scrive suor Azezet a Papa Francesco –  molti richiedenti asilo sono detenuti con la forza, torturati e uccisi nel Sinai, mentre il mondo non sta facendo abbastanza per salvarli da questi orrori. Noi cerchiamo di fare tutto il possibile per aiutare queste vittime, pur essendo consapevoli che i nostri sforzi non sono la soluzione. È necessario un immediato intervento internazionale. Per questo io e lo staff di Physicians for Human Rights-Israel ci auguriamo che Lei possa dare voce a queste vittime e si possa arrivare a un’azione internazionale finalizzata allo smantellamento del traffico di esseri umani e dei campi di tortura nel deserto del Sinai».Un dettagliato rapporto di Human Rights Watch, pubblicato a metà febbraio – I Wanted to Lie Down and Die: Trafficking and Torture of Eritreans in Sudan and Egypt ("Volevo sdraiarmi e morire: traffico e tortura di eritrei in Sudan ed Egitto"), punta il dito non solo sui trafficanti, ma su tutte quelle autorità governative, di frontiera e di polizia che chiudono un occhio o sono implicate in questo odioso business fatto sulla pelle di altre persone.«Egitto e Sudan – si legge nel rapporto – non hanno identificato e perseguito in modo adeguato i trafficanti, o qualunque funzionario di sicurezza che possa essere stato con essi colluso, infrangendo l’obbligo, di entrambi i Paesi, di impedire la tortura». 

Nel documento di Hrw vengono riportate testimonianze dirette di vittime di rapimenti, estorsioni e torture, e indirette di ong che si occupano di questi migranti. Molti parlano di violenze subite per settimane o addirittura mesi, specialmente nella città di Kassala in Sudan, o vicino alla città di Al-Arish nei pressi di Rafah, al confine tra Egitto e Israele. Nel report, anche le agghiaccianti interviste a due trafficanti, uno dei quali ha ammesso di aver torturato decine di persone. Le autorità egiziane, tuttavia, restano irremovibili sulle loro posizioni e continuano a dichiarare che tutti gli eritrei intercettati nel Sinai sono immigrati clandestini e non rifugiati, anche se dalla metà del 2011 la maggior parte dei migranti arrivati in questa regione sono chiaramente vittime di tratta e sono stati portati dal Sudan all’Egitto contro la loro volont&agra
ve;. E sempre da immigrati illegali sono trattati quando arrivano in Israele. «La comunità internazionale – insiste Hrw – può cercare di impedire a centinaia di altri eritrei di cadere nelle mani di trafficanti violenti e, allo stesso tempo, può insistere affinché i crimini passati non rimangano impuniti».Suor Azezet è un po’ scettica: «Si è parlato tanto di Sinai, ma il mondo continua a ignorarlo e a non fare niente».  Non per questo, però, lei si arrende. Ma continua caparbia la sua lotta quotidiana contro questa orribile schiavitù e per la dignità di ogni uomo.  

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