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Una 15ma stazione della Via Crucis? No, grazie

© michaelfarnham

padre David M. Friel - Aleteia - pubblicato il 07/08/14

Gli ideatori e gli architetti del Memoriale dell'11 settembre a Ground Zero hanno avuto ragione

Da bambino frequentavo una scuola cattolica, dove mi hanno fatto memorizzare le 14 stazioni della Via Crucis. Da allora, le stazioni sono state una delle mie devozioni preferite perché ci trasportano naturalmente nella sofferenza umana di nostro Signore. Mi è sempre piaciuto il modo in un certo senso improvviso in cui si concludono, con “Gesù è deposto nel sepolcro” e il sigillo della tomba con una roccia enorme. Le stazioni ci lasciano con un inequivocabile senso di dispiacere e sobrietà.

Immaginate la mia sorpresa la prima volta che ho visto un opuscolo della Via Crucis che riportava 15 stazioni. Mi sono chiesto di cosa si trattasse. Cosa mancava alle stazioni al punto da dover essere completate con una quindicesima stazione? È superfluo dire che credo fermamente nella Resurrezione e mi aggrappo a questa convinzione in quanto speranza della mia salvezza eterna, ma vorrei soffermarmi un po’ sul mistero del tragico più che saltare in modo irriverente in acque poco profonde.

La gente desidera ardentemente il lieto fine. Amiamo le storie che finiscono con “e vissero tutti felici e contenti”, ma buona parte della nostra esperienza umana è costellata dal dolore. La vita è piena di morte, delusione, solitudine, malattia, dipendenza… Possiamo guardare con speranza alla Resurrezione, ovviamente, ma sul momento la tragedia è ben reale. La buona arte ha il potere di catturare tutto questo.

Per questa ragione, sono rimasto contento della mia ultima visita a New York. Quando vado in città frequento raramente Lower Manhattan, ma questa volta ho preso la metropolitana fino al sito in cui sorgeva il World Trade Center per visitare il Memoriale dell’11 settembre, aperto di recente. Questo luogo mi ha lasciato la sensazione delle quattordici stazioni, non quindici.

Prima di questa visita, avevo visto fotografie e video dei monumenti – le impronte nere vuote di edifici una volta grandiosi che catalogano i nomi delle vittime su muri sui quali scorre dell’acqua. Una seria critica d’arte non è di mia competenza, ma la mia reazione iniziale alle fotografie del memoriale è stata piuttosto negativa. Ora che ho visitato il luogo, dopo quasi 13 anni, la mia reazione nei confronti del modo in cui è stato realizzato il memoriale è molto più positiva. È chiaro che l’intenzione era quella di catturare il senso di perdita sperimentato da tanti familiari e amici delle vittime dell’11 settembre 2001. I nomi, ad esempio, non sono semplicemente incisi, ma intagliati nella roccia, a sottolineare il vuoto lasciato dall’assenza di quella persona. Non si riesce poi a vedere il fondo della fossa in cui cade l’acqua, presumibilmente a simboleggiare il vuoto di quel luogo.

Per alcune persone (come me all’inizio), forse il posto è troppo tetro. La buona arte non dovrebbe saper comunicare qualcosa della catarsi che tutti sperimentiamo? Da parte mia, sono grato del fatto che coloro che hanno ideato il Memoriale dell’11 settembre non abbiano fatto come coloro che hanno pubblicato l’opuscolo delle 15 stazioni. Hanno resistito alla tentazione di forzare il “lieto fine”. La tragedia è reale, concreta, e bisogna affrontarla onestamente. C’è sempre speranza di resurrezione, sicuramente, ma non è inutile un sano periodo di riflessione e dolore.

Mi viene in mente che quando i ragazzi dell’ottavo corso andranno a New York in gita quest’anno saranno la prima classe di studenti a compiere quel viaggio annuale della nostra parrocchia ad aver conosciuto solo un mondo post-11 settembre e a non avere memorie personali di impatti e implosioni. Visitando questo luogo, forse gli studenti potranno apprezzare almeno in modo limitato l’angoscia e l’agonia di quel giorno terribile.

—-
Padre David M. Friel ha studiato Teologia presso il St. Charles Borromeo Seminary e attualmente è vicario parrocchiale della parrocchia di Sant’Anselmo a Philadelphia (Pennsylvania, Stati Uniti). È stato ordinato sacerdote nel maggio 2011.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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