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Perché un sacerdote deve obbedire al suo vescovo?

© Obispado de Urgel

Padre Henry Vargas Holguín - Aleteia - pubblicato il 07/08/14

E obbedire con responsabilità, perché se qualche azione fallisce non è per la direzione dell’autorità, ma per l’incompetenza di chi obbedisce. E nella responsabilità si racchiudono altri atteggiamenti, come la diligenza, l’allegria, la corresponsabilità e il mettere in azione carismi e atteggiamenti.

Bisogna ricordare che i sacerdoti devono essere collaboratori della verità (PO 8). Una cosa è chiara: la virtù dell’obbedienza è volontà di Cristo; anzi, Gesù si è fatto obbediente al Padre e ha obbedito fino alla morte.

Sì, il Sacerdote per antonomasia ci ha insegnato questa virtù sacra, perché l’obbedienza fa tutto per amore. Per amore non nei confronti del superiore, ma di Dio.

Come si diceva in precedenza, è la virtù più necessaria e, in fin dei conti, la più difficile da esercitare perché si tratta di sottomettere il proprio giudizio, di essere umili.

Papa Francesco ha ricordato ai sacerdoti la necessità delle “sorelle” povertà, fedeltà e obbedienza per conservare la “gioia del sacerdote” durante l’omelia della Messa Crismale del Giovedì Santo (17 aprile 2014), celebrata nella basilica di San Pietro.

Nel suo intervento, ha parlato della “gioia del sacerdote” e ha spiegato che questa aiuta anche “nei momenti di tristezza”, “quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale”. Momenti che ha passato anche il pontefice, come egli stesso ha rivelato.

Il papa ha spiegato che “la gioia del sacerdote è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio”.

In che momento il sacerdote promette obbedienza?
Il vescovo chiede all’ordinando: “Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e e obbedienza?”, e l’ordinando risponde: “Sì, lo prometto” (dal Rito dell’Ordinazione).

Il diacono che verrà ordinato sacerdote promette obbedienza proprio negli istanti precedenti al rito di ordinazione sacerdotale propriamente detto, ovvero prima del “rito essenziale del sacramento dell’Ordine”, “costituito, per i tre gradi, dall’imposizione delle mani, da parte del Vescovo, sul capo dell’ordinando come pure dalla specifica preghiera consacratoria che domanda a Dio l’effusione dello Spirito Santo e dei suoi doni adatti al ministero per il quale il candidato viene ordinato” (cfr. Pio XII, costituzione apostolica Sacramentum Ordinis, DS 3858) (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1573).

Con l’ordinazione sacerdotale, il sacerdote riceve dal vescovo la potestà sacramentale e l’autorizzazione gerarchica per collaborare al ministero episcopale, ovvero “non si dà ministero sacerdotale se non nella comunione con il sommo Pontefice e con il Collegio episcopale, in particolare con il proprio Vescovo diocesano, ai quali sono da riservarsi il filiale rispetto e l’obbedienza” (esortazione apostolica post-sinodale Pastores Dabo Vobis, 28).

L’impegno preso il giorno dell’ordinazione sacerdotale non si deve considerare tanto un vincolo giuridico, quanto una comunione gerarchica voluta da Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote, nel rapporto del presbitero con il proprio vescovo.

In questo modo, il sacerdote si sente partecipe ontologicamente del sacerdozio e del ministero di Cristo.

E la comunione gerarchica si basa sulla carità soprannaturale. “Le relazioni tra il vescovo e i sacerdoti diocesani devono poggiare principalmente sulla base di una carità soprannaturale, affinché l’unità di intenti tra i sacerdoti e il vescovo renda più fruttuosa la loro azione pastorale” (decreto Christus Dominus, 28).

Sei obbedienze
A proposito dell’obbedienza, ecco sei semplici storie anche se non sono propriamente sacerdotali:

1.- Abramo, sottoposto alla prova, “

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Tags:
sacerdozio
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