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Perché un sacerdote deve obbedire al suo vescovo?

© Obispado de Urgel

Padre Henry Vargas Holguín - Aleteia - pubblicato il 07/08/14


”(DV 5).

Nella comunità ecclesiale (segno prefigurativo del Regno) si sa già che l’obbedienza, così come l’autorità, che sono funzioni diverse dell’unico Spirito (lo Spirito dell’agape), è al servizio dell’edificazione della Chiesa come corpo di Cristo.

Cos’è l’agape? I primi cristiani hanno impiegato questa espressione greca per riferirsi all’amore di Dio nei confronti dell’essere umano, all’amore speciale per Dio e anche a un amore sacrificato o oblativo che ogni persona doveva provare per gli altri.

L’obbedienza sacerdotale
Come si diceva poco fa, tutti dobbiamo obbedire, e i sacerdoti a maggior ragione. Perché? Perché noi sacerdoti siamo i primi a dover imitare Gesù Cristo povero, casto e obbediente, attraverso i consigli evangelici della povertà, della castità e dell’obbedienza; tra le altre cose, perché il sacerdote è alter Christus, altro Cristo.

Il Concilio Vaticano II, pur senza usare esattamente l’espressione alter Christus, tiene ben presente l’affermazione dell’identificazione del sacerdote con Cristo:

«Dato quindi che ogni sacerdote, nel modo che gli è proprio, tiene il posto di Cristo in persona, fruisce anche di una grazia speciale, in virtù della quale, mentre è al servizio della gente che gli è affidata e di tutto il popolo di Dio, egli può avvicinarsi più efficacemente alla perfezione di colui del quale è rappresentante, e la debolezza dell’umana natura trova sostegno nella santità di lui, il quale è diventato per noi il pontefice « santo, innocente, incontaminato, segregato dai peccatori» (Eb 7,26) (PO, 12)».

Il sacerdote secolare (a differenza del clero regolare) non fa voto di povertà, ma una promessa di obbedienza; l’obbedienza è però di importanza fondamentale per la Chiesa.

Ci si potrebbe immaginare un sacerdozio o un sacerdote in molti modi, modi leciti di vivere e ordinare giuridicamente il ministero sacerdotale, ma ciò che non si immagina è un sacerdozio o un sacerdote senza obbedienza.

All’interno della Chiesa ci sono forze che senza dubbio sono in sé positive ma che abbandonate a se stesse, senza alcun fattore che le incanali o le moderi, finirebbero per trasformarsi in causa di distruzione.

Da ciò deriva il fatto che l’obbedienza non è una possibilità o qualcosa di accessorio o opzionale, ma una grande necessità non solo per questioni organizzative o di coordinamento (motivi molto normali in qualsiasi organizzazione umana), ma perché ci devono essere comunione, fedeltà e un camminare nello stesso senso guardando a Dio e costruendo il suo regno.

Senza obbedienza, la Chiesa salterebbe in aria in mille pezzi per forze che si scontrerebbero (senza essere negative) dal suo interno. Qualsiasi virtù può essere portata al di là del giusto; qualsiasi valore si può tergiversare con buone intenzioni perché ciascuno crede di essere certo di avere tutta la ragione (ciascuno è certo che sia l’altro a sbagliarsi), e da ciò deriva l’importanza dell’autorità e dell’obbedienza.

Ma è chiaro che l’obbedienza bisogna saperla comprendere e mettere in pratica, perché non è mai assoluta; ciò vuol dire che non è al di sopra della testimonianza coraggiosa della verità e dell’obbedienza a Dio nella fede: “Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5,29).

Bisogna obbedire con criterio e con responsabilità: con criterio perch&ea
cute; Cristo stesso, che ha istituito l’obbedienza nella Chiesa, sapeva che conferendo l’autorità non implicava sempre il retto uso della stessa; ciò significa che esiste la possibilità (anche se molto, molto remota) che chi comanda non lo faccia seguendo la volontà di Dio.

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sacerdozio
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