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Alla Gregoriana il primo Centro intitolato a San Pietro Favre

© La Gregoriana

Paolo Pegoraro - La Gregoriana - pubblicato il 01/08/14

Il prossimo 21 novembre 2014 si aprirà l’Anno della Vita Consacrata. Ultimamente si parla di vari nodi cruciali della vita religiosa: crisi vocazionali, scandali relativi ai fondatori, nuove istituzioni con tratti problematici. Come sta cambiando la vita religiosa a 50 anni dal decreto conciliare “Perfectae caritatis”?
«A mio avviso, possiamo fare due considerazioni. La prima, dell’Esortazione Apostolica Vita Consecrata che ricorda: “Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: Alzatevi e non temete (Mt 17, 7)”. Questo incoraggiamento del Maestro è indirizzato, ovviamente, a ogni cristiano, ma a maggior ragione esso vale per chi è stato chiamato a “lasciare tutto” e, dunque, a “rischiare tutto” per Cristo. Ci sono momenti nei quali pensiamo che non è facile scoprire quale sia la volontà di Dio, e il documento citato insiste sulla necessità di rinforzare una fedeltà creativa. Ma è anche appello a coltivare una fedeltà dinamica alla propria missione.

La seconda considerazione è stata chiaramente espressa dal Santo Padre Francesco. Nell’incontro con i Superiori Generali, lo scorso novembre, a proposito della domanda che riguardava l’identità e la missione della vita consacrata e quale vita consacrata ci aspettiamo oggi, il Papa affermò: “Dovete essere veramente testimoni di un modo diverso di fare e di comportarvi. Sono i valori del Regno incarnati”. La testimonianza carismatica, ha proseguito il Papa, deve essere realistica e includere anche il fatto di presentarsi come testimoni peccatori: “Tutti sbagliamo. Dobbiamo riconoscere la nostra debolezza. E ammettere di essere peccatori fa bene a tutti”».

Quali indicazioni si possono riprendere, dal magistero di Papa Francesco, per i formatori al sacerdozio e alla vita consacrata?
«Un punto centrale è stato l’incoraggiamento del Santo Padre Francesco, quando ci incoraggiava “a ripensare l’inculturazione del carisma che è unico ma interagisce con le singole culture”. È conveniente ricordare che il nostro Centro è sorto come un tentativo di risposta istituzionale a una pressante richiesta della Chiesa, maturata a causa delle circostanze attuali e sfide di diversa natura, emerse dai differenti contesti culturali e realtà delle chiese particolari. Come unità accademica è “impegnato a sentire in Ecclesia et cum Ecclesia”, secondo il mandato rinnovato da Benedetto XVI durante la sua visita alla Gregoriana.

D’altra parte, i programmi del Centro San Pietro Favre hanno lo scopo di prendere sul serio la preoccupazione del Santo Padre che ha insistito molto sulla preparazione che, a suo avviso, si basa su alcuni pilastri fondamentali: formazione spirituale, intellettuale, comunitaria e apostolica, e dimensione pastorale. L’obiettivo della formazione è l’essere formati per il popolo di Dio. Infine, ci deve servire da esempio per avere lo stesso coraggio nell’impegno per la formazione, come ha detto il Papa, che “non stiamo formando amministratori, gestori, ma padri, fratelli, compagni di cammino”».

Il sito del Centro: http://www.unigre.it/Struttura_didattica/cifs/index.php

BOX / Il paradigma pedagogico di sant’Ignazio

Il paradigma pedagogico di sant’Ignazio viene sviluppato partendo dai presupposti: Contesto, Esperienza, Riflessione, Azione e Valutazione.

Contesto – È rappresentato dal riferimento alla realtà del singolo studente: dati storico-culturali, territoriali, ecc. Il docente deve familiarizzare con tali dati per poter proporre allo studente il suo messaggio formativo-didattico nella maniera più idonea. Il compito del docente è quello di stimolare la riflessione personale, suscitare curiosità, spingere lo studente a cercare la verità.

Esperienza – È il vissuto esistenziale ed affettivo dello studente. Dal punto di vista didattico viene considerata il punto di partenza per provocare la motivazione e realizzare l’apprendimento significativo, l’unico che lo studente riconosca come corrispondente alla sua vita e ai suoi bisogni (praelectio). L’aspetto più importante è quello di “imparare a imparare”, di appropriarsi di un personale metodo di studio e di ricerca.

Riflessione – È il momento didattico dell’apprendimento interiorizzato. In questa fase lo studente elabora ciò che ha appreso, lo analizza e lo trasforma in tappa di crescita (repetitio/saper fare), anche facendo domande per avere chiarimenti su ciò che è stato esposto.

Azione – È la fase didattica della messa in atto delle abilità acquisite, dell’auto conferma della crescita personale nella quale il saper essere e il saper fare si coniugano in una competenza: fare.

Valutazione – È la tappa delle due consapevolezze fondamentali del rapporto educativo: il docente valuta il processo di crescita e apprendimento dello studente, che a sua volta si auto valuta e individua ulteriori obiettivi di crescita.

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