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Alla Gregoriana il primo Centro intitolato a San Pietro Favre

Alla Gregoriana il primo Centro intitolato a San Pietro Favre

© La Gregoriana

Paolo Pegoraro - La Gregoriana - pubblicato il 01/08/14

La sua missione: preparare i formatori al sacerdozio e alla vita consacrata

Il Consiglio Direttivo dell’Università ha accolto la proposta del P. Jaime Emilio González Magaña, S.I. di mutare il nome del CIFS in Centro “San Pietro Favre” per i Formatori al Sacerdozio e alla Vita Consacrata. «Pietro Favre – ci spiega P. González Magaña – fu il primo compagno di Ignazio di Loyola ed è l’esempio più chiaro di un sacerdote che si lascia formare. Ignazio di Loyola si impegnò per ben quattro anni nell’accompagnamento diligente e ravvicinato del suo amico e compagno di stanza. Insieme, all’inizio del 1534, realizzarono gli Esercizi Spirituali nelle vicinanze di Saint Jacques (Parigi). Da allora, Favre penetrò come nessun altro nella conoscenza interna di questo metodo di conversazione tra il Creatore e la creatura, con un dono speciale nel condividere questa conoscenza con il prossimo».

Direttore del Centro dal 2005, P. González Magaña concluderà il suo mandato il 31 agosto prossimo; nuovo Direttore, a decorrere dal 1° settembre 2014, sarà P. Stanisław Morgalla, S.I. Abbiamo voluto incontrare P. González Magaña per tracciare un bilancio di questi anni di impegno al servizio del Centro.

Cosa rende san Pietro Favre “ispiratore” per la vostra missione?
«Il carisma di Favre, dà contenuto – sin dalle origini della Compagnia – alla nostra vocazione contemporanea di presenza nelle frontiere e come ponti di riconciliazione. È una vocazione alla cura e all’attenzione al Corpo della Compagnia di Gesù e della Chiesa; vocazione al dialogo e all’apertura incondizionata, alla disponibilità ubbidiente e piena di fiducia».

Da più parti si sottolinea la necessità di selezionare i candidati in ordine alla qualità, più che alla quantità.
«Sono innanzitutto i formatori che devono avere chiara questa situazione, altrimenti saranno loro stessi a cercare la quantità e non la santità dei candidati. Il rischio per i consacrati è di lasciarsi assorbire totalmente dall’azione pastorale in attesa di frutti che spesso scarseggiano o che non raggiungono i risultati sperati, generando non poche delusioni e frustrazioni. Si tralascia la cura della vita interiore con la conseguenza d’inevitabili indebolimenti e svuotamenti della vita consacrata, che così diventa superficiale».

Quali criteri deve tenere presente il formatore?
«La formazione al sacerdozio e alla vita consacrata è una missione che la Chiesa affida ad alcuni sacerdoti. Nessuno si autocandida per questo servizio gravoso, anzi: quando arriva la chiamata a svolgerlo, il formatore si vede coinvolto in una realtà nuova e più grande di lui, ma allo stesso tempo affascinante e complessa. Nell’insieme dei sentimenti che suscita una chiamata del genere, spicca subito la paura dell’inadeguatezza e la consapevolezza dei propri limiti. Altrettanto forte, però, scatta l’invito a fidarsi di Colui che chiama e della Chiesa che ti invia. Senza un’autentica e profonda vita spirituale sarà difficile e faticoso farci compagni di strada dei giovani candidati e coinvolgerli in un autentico cammino di sequela. Ecco perché la cura della vita spirituale è l’anima del ministero di ogni formatore».

Oltre alle conoscenze teologiche, al formatore sono richieste precise competenze educative.
«La formazione del Centro San Pietro Favre ha un carattere interdisciplinare, e si avvale principalmente della collaborazione con la Facoltà di Teologia, l’Istituto di Spiritualità e l’Istituto di Psicologia. Il curricolo proposto intende attuare le direttive della Chiesa per la formazione dei formatori e offre ai partecipanti una struttura che permette l’integrazione tra formazione intellettuale-accademica e formazione umano-spirituale-pastorale. In ambito educativo non ci si può improvvisare o accontentarsi del proprio intuito e del senso comune: a maggior ragione, tale convincimento va ribadito e perseguito quando è in gioco la preparazione dei pastori».

Da due anni il vostro Centro si rivolge a Formatori non solo al Sacerdozio, ma anche alla Vita Consacrata.
«Sin dalla fondazione del Centro, la nostra formazione è stata indirizzata ai sacerdoti religiosi e diocesani. Tra le maggiori novità introdotte nel 2012, il Centro San Pietro Favre – pur mantenendo inalterata la sua missione originaria – ha avviato un indirizzo rivolto alle Formatrici alla Vita Consacrata femminile. I nostri programmi sono a numero chiuso, in modo da garantire la “cura personalis” unitamente alla convenienza di una decisa partecipazione attiva da parte degli studenti nello svolgimento dei corsi».

Quali specificità richiede questo ampliamento di indirizzo?
«Il Centro ha rafforzato le sue caratteristiche specifiche di una forte ed esigente interdisciplinarietà, la formazione alla “leadership” nella Chiesa, e un’offerta accademica sul tema “Antropologia spirituale e vita religiosa”; continua l’offerta del servizio di colloqui di discernimento e di accompagnamento vocazionale nel Centro di Consultazione dell’Istituto di Psicologia e proponiamo l’opportunità di vivere l’esperienza degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola».

Il prossimo 21 novembre 2014 si aprirà l’Anno della Vita Consacrata. Ultimamente si parla di vari nodi cruciali della vita religiosa: crisi vocazionali, scandali relativi ai fondatori, nuove istituzioni con tratti problematici. Come sta cambiando la vita religiosa a 50 anni dal decreto conciliare “Perfectae caritatis”?
«A mio avviso, possiamo fare due considerazioni. La prima, dell’Esortazione Apostolica Vita Consecrata che ricorda: “Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: Alzatevi e non temete (Mt 17, 7)”. Questo incoraggiamento del Maestro è indirizzato, ovviamente, a ogni cristiano, ma a maggior ragione esso vale per chi è stato chiamato a “lasciare tutto” e, dunque, a “rischiare tutto” per Cristo. Ci sono momenti nei quali pensiamo che non è facile scoprire quale sia la volontà di Dio, e il documento citato insiste sulla necessità di rinforzare una fedeltà creativa. Ma è anche appello a coltivare una fedeltà dinamica alla propria missione.

La seconda considerazione è stata chiaramente espressa dal Santo Padre Francesco. Nell’incontro con i Superiori Generali, lo scorso novembre, a proposito della domanda che riguardava l’identità e la missione della vita consacrata e quale vita consacrata ci aspettiamo oggi, il Papa affermò: “Dovete essere veramente testimoni di un modo diverso di fare e di comportarvi. Sono i valori del Regno incarnati”. La testimonianza carismatica, ha proseguito il Papa, deve essere realistica e includere anche il fatto di presentarsi come testimoni peccatori: “Tutti sbagliamo. Dobbiamo riconoscere la nostra debolezza. E ammettere di essere peccatori fa bene a tutti”».

Quali indicazioni si possono riprendere, dal magistero di Papa Francesco, per i formatori al sacerdozio e alla vita consacrata?
«Un punto centrale è stato l’incoraggiamento del Santo Padre Francesco, quando ci incoraggiava “a ripensare l’inculturazione del carisma che è unico ma interagisce con le singole culture”. È conveniente ricordare che il nostro Centro è sorto come un tentativo di risposta istituzionale a una pressante richiesta della Chiesa, maturata a causa delle circostanze attuali e sfide di diversa natura, emerse dai differenti contesti culturali e realtà delle chiese particolari. Come unità accademica è “impegnato a sentire in Ecclesia et cum Ecclesia”, secondo il mandato rinnovato da Benedetto XVI durante la sua visita alla Gregoriana.

D’altra parte, i programmi del Centro San Pietro Favre hanno lo scopo di prendere sul serio la preoccupazione del Santo Padre che ha insistito molto sulla preparazione che, a suo avviso, si basa su alcuni pilastri fondamentali: formazione spirituale, intellettuale, comunitaria e apostolica, e dimensione pastorale. L’obiettivo della formazione è l’essere formati per il popolo di Dio. Infine, ci deve servire da esempio per avere lo stesso coraggio nell’impegno per la formazione, come ha detto il Papa, che “non stiamo formando amministratori, gestori, ma padri, fratelli, compagni di cammino”».

Il sito del Centro: http://www.unigre.it/Struttura_didattica/cifs/index.php

BOX / Il paradigma pedagogico di sant’Ignazio

Il paradigma pedagogico di sant’Ignazio viene sviluppato partendo dai presupposti: Contesto, Esperienza, Riflessione, Azione e Valutazione.

Contesto – È rappresentato dal riferimento alla realtà del singolo studente: dati storico-culturali, territoriali, ecc. Il docente deve familiarizzare con tali dati per poter proporre allo studente il suo messaggio formativo-didattico nella maniera più idonea. Il compito del docente è quello di stimolare la riflessione personale, suscitare curiosità, spingere lo studente a cercare la verità.

Esperienza – È il vissuto esistenziale ed affettivo dello studente. Dal punto di vista didattico viene considerata il punto di partenza per provocare la motivazione e realizzare l’apprendimento significativo, l’unico che lo studente riconosca come corrispondente alla sua vita e ai suoi bisogni (praelectio). L’aspetto più importante è quello di “imparare a imparare”, di appropriarsi di un personale metodo di studio e di ricerca.

Riflessione – È il momento didattico dell’apprendimento interiorizzato. In questa fase lo studente elabora ciò che ha appreso, lo analizza e lo trasforma in tappa di crescita (repetitio/saper fare), anche facendo domande per avere chiarimenti su ciò che è stato esposto.

Azione – È la fase didattica della messa in atto delle abilità acquisite, dell’auto conferma della crescita personale nella quale il saper essere e il saper fare si coniugano in una competenza: fare.

Valutazione – È la tappa delle due consapevolezze fondamentali del rapporto educativo: il docente valuta il processo di crescita e apprendimento dello studente, che a sua volta si auto valuta e individua ulteriori obiettivi di crescita.

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