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Sant’Ignazio di Loyola, i gesuiti e le arti

© Public Domain

Giulia Spoltore - Aleteia - pubblicato il 31/07/14

Dalla teoria alla pratica: le opere d’arte di committenza gesuita
I primi dieci membri dell’ordine gesuita avevano un titolo di studio conseguito presso la prestigiosa università di Parigi e, nella Formula che accompagnò il loro riconoscimento, si vede come questi avessero già elaborato progetti per fornire la migliore formazione possibile ai loro novizi. I padri fondatori stabilirono un elevato livello intellettuale per il loro ordine (Sale, 2003). Questo intento, riconosciuto lo scopo devozionale delle immagini, si realizzò anche in una vasta campagna decorativa che coinvolse i luoghi di formazione gesuiti.

La chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio era stata affidata ai gesuiti del Collegio Germanico-Ungherese, Michele di Loreto, allora rettore del Collegio, fu l’autore del programma iconografico. L’opera fu affidata al pittore Niccolò Circignani (1517/24-1597) che la portò a compimento, coadiuvato da Matteo da Siena (1533-1588), in brevissimo tempo e ad Antonio Tempesta. Nella chiesa di Santo Stefano, per via della sua pianta centrale, con un colpo d’occhio si può osservare tutta la decorazione pittorica dedicata ai primi martiri: lo spettacolo che si palesa allo spettatore è cruento. Questo ciclo, insieme a quello scomparso della basilica di sant’Apollinare a Roma saranno un modello per tutta la pittura. L’importanza di quest’opera fu immediatamente compresa: il cardinal Farnese, uno dei maggiori finanziatori dei gesuiti, l’allora Papa Gregorio XIII e l’intellettuale e iconologo oratoriano Gabriele Paleotti (1522-1597) visitavano spesso Santo Stefano per osservarne l’avanzamento dei lavori. Tanta fu l’attenzione che la Compagnia stampò anche un manuale illustrato.

Ma perché mettere in mostra a dei giovani studenti gesuiti provenienti dal nord questa carneficina ambientata in teatrali e bucolici paesaggi classici? Il motivo risiede nell’acume pastorale di Michele di Loreto: così facendo il rettore si assicurava di ricollegare la Chiesa di Roma alla Chiesa delle origini per intenzioni e testimonianza. Sapeva, Michele di Loreto, che i suoi giovani sarebbero tornati in terre non molto accoglienti per il cattolicesimo e andava forgiando in loro uno spirito di coraggio e testimonianza attraverso le immagini (non è un caso se anche nella cappella dell’English College di San Tommaso da Canterbury lo stesso Circignani riproporrà un’altra serie di martiri, stavolta inglesi). Questo modello si diffuse in Francia e soprattutto in Germania (si pensi alla cattedrale di Hildesheim) ed influenzò anche la decorazione della chiesa di San Vitale a Roma, destinata ai novizi dell’ordine. Anche in questo caso sulle pareti compaiono martìri, ma qui il dato paesaggistico prende il sopravvento e la morte diviene un evento simbolico che va meditato indugiando sulla bellezza del creato. Tutto questo si ricollega sempre al tema principale che è la sequela Christi che, di solito, compare sull’altare maggiore (ad esempio nell’abside di San Vitale, Andrea Commodi è chiamato a dipingere unCristo che sale al Calvario e che implicitamente ci invita a prendere la nostra croce e seguirlo).

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Tags:
arte cristianagesuiti
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