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Sant’Ignazio di Loyola, i gesuiti e le arti

© Public Domain
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Per la festa del fondatore della Compagnia di Gesù scopriamo come si può evangelizzare attraverso le immagini

La persona di S. Ignazio di Loyola non è solo rilevante da un punto di vista spirituale, ma approfondirne la conoscenza significa tentare di comprendere uno dei protagonisti della scena storica europea del Cinquencento.

Ciò che nel 1540 papa Paolo III Farnese riconobbe con la bolla Regimini militantis ecclesiae non fu solo l’ordine dei gesuiti, ma la necessità di accogliere in seno alla Chiesa un movimento complesso, fortemente caratterizzato spiritualmente e con un programma culturale che partiva da un’intensa attività educativa.

Fin dall’Ottocento la critica ha discusso circa l’esistenza di uno stile gesuita. Se mai ci fosse stato uno stile gesuita avremmo potuto riconoscerlo attraverso delle coordinate stilistiche, per questo gli studi ne hanno negato l’esistenza. Tuttavia è innegabile l’impulso che le committenze gesuite diedero all’arte, sin dal nascere dell’ordine, e che divenne determinante già nella seconda metà del XVII secolo (Wittkower Jaffe, 1992). Qui vogliamo far emergere questa rilevanza che ha dato forma a quei riferimenti artistici che furono fondamentali per lo sviluppo dell’arte in tutta Europa tra il XVII e il XVIII secolo.

La teoria: Ignazio, i gesuiti e le arti
Sappiamo come per S. Ignazio fosse importante l’arte per la devozione, questo lo denuncia una piccola galleria d’arte che il fondatore dell’ordine possedeva, appunto, a scopo devozionale. Certo possiamo immaginare che se poco ci è rimasto è perché probabilmente le opere che la componevano non avessero un particolare valore artistico, tuttavia scopriremo che tutta la spiritualità ignaziana è pervasa da una cultura visiva.

Non è un caso se alcuni dei personaggi più eminenti dell’ordine ne terranno conto. Francesco Borgia (1510-1572), generale dell’ordine, fece ampiamente ricorso alle immagini per coadiuvare le sue omelie, tanto che le paragonava alle spezie nelle pietanze capaci di esaltare il gusto. A lui dobbiamo un’evangelizzazione attraverso le immagini attuata per mezzo di tre diverse strategie. In primis si impegnò per la diffusione dell’iconografia della Salus Populi Romani (icona cara alla devozione romana che si trova nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma) che fece copiare sotto la supervisione del cardinal Carlo Borromeo e inviò alle missioni orientali per rinforzare il rapporto delle nascenti chiese locali con Roma. Inviò per questo tre artisti entrati nella Compagnia presso le nuove comunità per decorarne gli edifici: Gianbattista Fiammeri (1550 ca.-1617), Giuseppe Valeriano (1542-1596) e Bernardo Bitti (1548-1610), quest’ultimo addirittura fu inviato in Perù. Infine, ispirandosi ad un’intenzione di S. Ignazio, fece preparare una serie di immagini per corredare due testi: le Evangelicae Historiae Imagines (che raggiunsero la Cina e divennero un modello figurativo per tutto il cristianesimo cinese) e le Meditationes Vitae Christi.

Il gesuita e cardinale San Roberto Bellarmino (1542-1621) nelle Disputationes de controversiis christianae fidei (1588) e nel De imaginibus sacris et profanis (1594) difese strenuamente l’impiego delle immagini devozionali contro l’accusa di idolatria mossa dai protestanti ai cattolici. Importante fu l’impulso che il cardinale diede in quegli anni agli studi di angelologia, al suo impegno per la diffusione di questa disciplina, dobbiamo la traboccante presenza di angeli nelle chiese barocche di tutta Europa.

Uno dei più entusiasti sostenitori delle immagini fu il quinto generale dell’ordine, Claudio Acquaviva (in carica dal 1580 al 1615): le sue meditazioni sono infarcite di suggestioni visive, così come in fondo era stata ricca di visioni la vita di S. Ignazio. A lui dobbiamo l’intenso rapporto dei gesuiti con il grande artista fiammingo Pieter Paul Rubens. Infine uno dei più importanti committenti e che fu tramite nel rapporto tra i gesuiti e Gian Lorenzo Bernini fu il predicatore gesuita Gian Paolo Oliva (1600-1681). Il suo rapporto con gli artisti, a partire dalla metà del XVII secolo, da Giovan Battista Gaulli detto il Baciccia, che chiamò da Genova, a Gian Lorenzo Bernini, ai confratelli e pittori padre Andrea Pozzo e Jacques Courtois detto il Borgognone, mutò l’immagine delle chiese gesuite e del barocco romano. Il programma di padre Oliva non solo portò avanti l’originario impegno dei padri per la decorazione dei luoghi di formazione con l’edificazione della chiesa del noviziato di San Silvestro al Quirinale, ma riuscì ad imporre una prospettiva estetica unificata alle opere inaugurate sotto il suo patrocinio, restituendoci oggi un gusto esemplare e omogeneo in questa seconda fase di attività artistica dei gesuiti a Roma.

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