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“Chi sono io per giudicare?”

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Approfondimenti sul tema del "giudizio" secondo la fede cattolica

di Silvio Brachetta

Sembra quasi che, sulla questione del giudizio, dalla Sacra Scrittura provengano due richieste di Dio all’uomo, opposte tra loro. Nel Discorso della montagna, Gesù Cristo dissuade dall’appropriasi di un giudizio che appartiene solo a lui: «Non giudicate per non essere giudicati» (Mt 7, 1). E spiega anche il perché: poiché voi uomini – dice il Signore – «col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7, 2). Che il giudizio espresso nel Discorso della montagna appartenga solo a Dio, lo dice ancora Gesù, come riporta l’Evangelista San Giovanni: «Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (Gv 9, 39). Anche San Paolo, nella lettera ai Romani (2, 1), ripete il medesimo concetto che Gesù espresse sulla montagna: «Perciò chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose».

Altrove, però, la Scrittura esorta l’uomo al giudizio. È il Signore stesso a richiederlo: «Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!» (Gv 7, 24). Non solo, ma rimproverando i farisei, domanda loro: «Come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 56-57). Pure San Paolo, rivolto ai cristiani di Corinto, li ammonisce: «Non sapete voi che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare delle cose di questa vita!» (1 Corinzi 6, 3). Come allora interpretare ciò che sembra un paradosso?

Se giudicare sia lecito all’uomo
San Tommaso d’Aquino affronta il tema del giudizio, in generale, nella seconda sezione della seconda parte della Summa Theologiae (quaestio n. 60). Il santo Dottore ricorda che il termine «giudice» deriva dal latino «ius dicens», intendendo colui che «dichiara il diritto». E da «giudice» derivò «giudizio». Però il giudizio – precisa San Tommaso – non si restringe all’ambito forense, ma investe ogni categoria morale, così che esso diviene la «determinazione retta di qualsiasi cosa, sia nell’ordine speculativo che nell’ordine pratico». Giudice è quindi il magistrato, ma anche ogni persona che giudica qualcosa o qualcuno. Molto importante, inoltre, è la disposizione di chi giudica, poiché il giudizio è giusto nella misura in cui una persona ha la virtù della carità e i doni soprannaturali della sapienza e della prudenza.

Il problema non è dunque il giudizio in sé stesso, ma se esso sia «un atto di giustizia» o non piuttosto un’ingiustizia. Per questo motivo, affinché il giudizio sia vera giustizia, si richiedono all’uomo tre cose: che il giudizio «derivi dall’abito della giustizia, che derivi dall’autorità di uno che comanda e che sia emanato secondo la retta norma della prudenza». San Tommaso, pertanto, ammette che sia lecito giudicare, ma lega la validità del giudizio a queste tre condizioni, che solo di rado sono rispettate. Quando, infatti, un peccatore giudica un altro peccatore, non lo fa come qualcuno che ha un’autorità sul peccato. Egli non è un giusto tra i peccatori, ma è un peccatore tra molti. In tal modo annulla la seconda condizione e il suo non è più un atto di giustizia, bensì è un «giudizio usurpato». Usurpato a Dio.

Quando invece abbiamo autorità in un certo ambito e siamo animati dalle virtù e dai doni dello Spirito Santo, non solo è lecito, ma è doveroso giudicare. È il caso dei genitori nei confronti dei figli, dell’esperto nei confronti dell’inesperto, del religioso nei confronti del laico, del principe nei confronti del popolo, del soggetto nei confronti della realtà oggettiva conosciuta, della creatura spirituale nei confronti delle creature temporali. Così l’uomo (e in particolare il cristiano) è chiamato a scrutare i segni dei tempi, ad ammonire i peccatori circa il peccato e a valutare ogni situazione della vita propria e altrui.

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