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Verso le periferie dell’universo

Meeting di Rimini - pubblicato il 29/07/14

La mostra "Explorers" propone un viaggio virtuale agli estremi confini dell'universo conosciuto

Ricercare ciò che non si conosce è un tratto profondamente radicato nella natura umana. Sin dalla preistoria gli esseri umani hanno progressivamente espanso i confini del loro ambiente, spesso esponendosi a grandi rischi, alla ricerca di territori inesplorati. Gli antichi navigatori solcavano gli oceani alla scoperta di nuove terre e di mari sconosciuti. Anche in assenza di vantaggi prevedibili, l’esigenza di esplorare il mondo è stata sempre viva, motivata da una segreta attrattiva per tutto ciò che esiste. Il nostro innato bisogno di novità rappresenta una continua sollecitazione ad “andare oltre”, a essere aperti all’incontro con l’inaspettato, con lo sconosciuto, con “l’altro” – sia questo un’altra persona, un continente ignoto, un nuovo pianeta. Gli esploratori di ogni tipo sono sostenuti dall’intuizione che quella realtà che tentano di scoprire, benché ancora ignota, avrà in qualche modo un significato per noi, ci svelerà qualcosa a riguardo del nostro posto nel mondo, delle nostre origini, del nostro destino. La necessità ancestrale dell’uomo di navigare verso ciò che è misterioso, espressa dalla letteratura e dall’arte di ogni cultura, non ha portato solamente a una grande espansione della nostra conoscenza del mondo, ma anche a una più profonda consapevolezza di noi stessi. 

Nell’era contemporanea, l’impresa scientifica nel suo insieme rappresenta una formidabile forma di esplorazione che ci permette di estendere la conoscenza del mondo fisico fino a confini mai raggiunti prima d’ora. Ma esiste una ben precisa forma di ricerca che incarna in termini moderni la medesima avventura degli antichi navigatori: l’esplorazione spaziale. In questo caso, infatti, non realizziamo esperimenti nel nostro laboratorio, né siamo semplici osservatori “passivi” dell’universo intorno a noi, bensì viaggiamo nell’“oceano cosmico” lanciando navicelle spaziali (con a bordo astronauti o, più spesso, solo sofisticate apparecchiature) per studiare in-situ altri mondi e interagire direttamente con ambienti extraterrestri. 

Nonostante i grandi rischi, le difficoltà e le gravi perdite, i programmi di esplorazione planetaria sono proseguiti per oltre mezzo secolo senza interruzioni. Grazie a uno straordinario sviluppo tecnologico, gli scienziati hanno esteso la navigazione spaziale ben oltre le orbite intorno alla Terra, con l’invio di decine di sonde verso altri pianeti e lune del Sistema solare. Alcune di queste missioni, a cominciare dalla conquista della Luna con il programma Apollo, e altre sonde europee (ESA) e americane (NASA) inviate verso lo spazio profondo del sistema solare, hanno avuto e avranno un enorme impatto sulla percezione del nostro posto nell’universo. Tra queste, il programma Voyager emerge come un’impresa di singolare importanza. 

Lanciata nel 1977, dopo un viaggio di 18 miliardi di chilometri, durato 36 nni, la Voyager 1 è la prima navicella spaziale che ha varcato il confine del nostro Sistema solare. Le due navicelle Voyager, sfruttando un raro e favorevole allineamento planetario hanno raggiunto tutti i pianeti esterni, da Marte a Nettuno, scoprendo nuove lune e restituendoci straordinarie immagini ravvicinate di mondi inesplorati. L’odissea della Voyager ha rivoluzionato la nostra conoscenza del Sistema solare e ha aperto la strada a una serie di missioni successive, con obiettivi più mirati su singoli pianeti e satelliti. Nell’agosto del 2013, la Voyager 1 ha completato il suo viaggio nel Sistema solare, attraversando l’Eliopausa, e diventando così il primo oggetto prodotto dall’uomo a entrare nello spazio interstellare.

Ognuna delle due Voyager contiene un “Disco d’oro”, una sorta di “cartolina cosmica” che riporta informazioni su noi esseri umani, sulla nostra eredità culturale e scientifica, sul nostro pianeta. Il loro obiettivo è quello di far conoscere qualcosa di noi stessi, nell’improbabile caso in cui eventuali esseri extraterrestri entrino in contatto con una delle navicelle. Al di là delle infime possibilità che qualcosa del genere possa effettivamente accadere, questi dischi esprimono un aspetto emblematico dell’esperienza dell’esplorazione: la necessità perenne di incontrare qualcosa e qualcuno. Noi non esploriamo solo per trovare, ma anche per essere trovati.

La mostra porterà i visitatori a bordo della Voyager per un ideale viaggio interplanetario, partendo dalla Terra per raggiungere il confine esterno del Sistema solare. Attraverso la presentazione di immagini storiche, riproduzioni di modelli delle sonde spaziali, video e materiale multimediale, i visitatori saranno coinvolti nelle straordinarie sfide tecniche di queste imprese e negli spettacolari voli delle recenti missioni dedicate. I visitatori verranno a contatto con diversi paesaggi extraterrestri, dalle affascinanti vedute di Marte agli esotici pianeti giganti, dalle grandi lune di Giove alla visione mozzafiato degli anelli di Saturno, fino all’atterraggio della sonda Cassini su Titano.

Alla fine del viaggio, apprezzeremo il nostro pianeta in modo inedito: ci accorgeremo infatti di quanto minuscola, meravigliosa e ospitale sia la nostra Terra. Osservare la realtà dalle periferie più lontane, infatti, può rappresentare un punto di vista vantaggioso dal quale il centro, il luogo da cui veniamo, può essere meglio considerato e compreso. Come scrisse T. S. Eliot: “Non smetteremo di esplorare. / E alla fine di tutto il nostro andare / ritorneremo al punto di partenza / per conoscerlo per la prima volta.”

A cura dell’Associazione Euresis.

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