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Le scuse del Papa ai pentecostali e la nostalgia dell’unità

© Mazur/catholicnews.org.uk

Massimo Introvigne - Aleteia - pubblicato il 29/07/14

Ma occorre andare oltre e porsi un’altra domanda, che ha fatto da sfondo alla storica visita del Papa a Traettino. Perché i protestanti pentecostali hanno tanto successo? Una ragione importante è che molti pentecostali conservano dottrine teologiche e morali abbastanza tradizionali che un buon numero di denominazioni protestanti storiche, completamente dominate da correnti progressiste, ha abbandonato. Ma c’è anche un altro motivo. Nella parte finale del ventesimo secolo, e ancora di più nel ventunesimo, uno dei più grandi movimenti sociali è la fuga, anche in campo religioso, dalle istituzioni e la diffidenza verso le organizzazioni di dimensioni più che locali. 

I sociologi hanno dato molti nomi a questo fenomeno: passaggio dalla religione alla spiritualità, de-istituzionalizzazione, soprattutto transizione dall’organizzazione al network. È questa la caratteristica dei due grandi fenomeni che in campo spirituale sono cresciuti di più nella seconda metà del secolo XX: la galassia pentecostale e il New Age. Del secondo, il New Age, non ha caso il Papa ha parlato, per criticarlo, nel suo dialogo con i sacerdoti di Caserta. La corrente pentecostale, però, è stata spesso presa in considerazione dai sociologi come elemento di paragone e di spiegazione per interpretare il New Age, nonostante l’antipatia che oppone al New Age i pentecostali, che in gran parte lo considerano un fenomeno di natura diabolica. Dal punto di vista dottrinale pentecostali e New Age non hanno in comune assolutamente nulla. Dal punto di vista sociologico, invece, i pentecostali e il New Age condividono la protesta contro le strutture organizzate e gerarchiche, che si esprime nella formazione non di istituzioni o denominazioni ma di network. Ed entrambi hanno avuto successo in un mondo postmoderno che preferisce i network alle istituzioni. 

Le ragioni per cui pentecostali e New Age teorizzano il primato del network sull’istituzione sono però opposte. Il New Age, inguaribilmente individualista, esalta la frammentazione caratteristica dell’epoca postmoderna e la considera un fenomeno sostanzialmente positivo. Al contrario, la protesta pentecostale contro le denominazioni non nasce da un’esaltazione della frammentazione, ma da una sua critica. Le denominazioni sono considerate responsabili della divisione del mondo cristiano in migliaia di frammenti. Proprio contestando le denominazioni – e sottolineando, sia pure all’interno di semplici network, quello che unisce piuttosto che quello che divide – le divisioni della cristianità, secondo il sogno pentecostale, potranno essere superate.

Il superamento, del resto, non avverrà secondo i pentecostali grazie agli uomini, ma grazie all’intervento miracoloso dello Spirito Santo. Il network del New Age nasce da una valutazione ampiamente positiva della frammentazione, mentre al contrario il n
etwork pentecostale nasce dalla nostalgia dell’unità. Normalmente i network non durano per sempre. Le dinamiche sociali rendono il network una tappa che una corrente religiosa o culturale attraversa, e che può condurre a due diversi esiti: o la sparizione o la trasformazione del network in istituzione. Il New Age sembra muoversi in direzione di un esito del primo tipo: è in crisi, e forse non durerà per sempre. Il pentecostalismo appare invece avviato verso un esito del secondo tipo, cioè verso la trasformazione da network in un insieme di istituzioni e di denominazioni più organizzate. Ogni nuova generazione pentecostale-carismatica può ritenere che il processo di istituzionalizzazione faccia perdere qualcosa alla spontaneità e alla freschezza originaria dell’incontro con lo Spirito Santo. 

D’altro canto, il graduale superamento della fase di mero network esprime anche quella nostalgia dell’unità dei credenti in Gesù Cristo in un solo corpo che, talora sopita dagli avvenimenti e dalle polemiche della storia, rimane comunque parte integrante di ogni genuina esperienza cristiana. E che, suggerisce Papa Francesco, con una gradualità scandita dal rispetto e dal dialogo e nei tempi e nei modi che solo il Signore conosce per ogni singolo, come per ogni comunità, potrà portare a un solo ovile sotto un solo pastore. Questa metà ultima non va mai dimenticata. La nostalgia dell’unità non è la meta, ma è un utile punto di partenza. Ed è un punto da cui far partire anche quelle centinaia di milioni di persone che si considerano religiose e anche cristiane ma diffidano, con un sentimento tipicamente postmoderno, delle istituzioni di dimensione più che locale: un’immensa «periferia esistenziale» cui Papa Francesco ha deciso di rivolgersi.

Qui l’originale

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Tags:
ecumenismopapa francesco
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