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Stile di vita

L'assalto gay alla scuola cattolica parte da Trento

JPII HS

La nuova Bussola quotidiana - pubblicato il 23/07/14

E' in pericolo la libertà educativa?

Con il passare dei giorni il caso dell’insegnante lesbica (non) licenziata dall’Istituto Sacro Cuore di Trento (clicca qui) si sta rivelando sempre più per quello che è: una volgare azione pretestuosa per imporre l’ideologia di genere anche alle scuole cattoliche, magari con il ricatto economico, e chiudere definitivamente la bocca a ogni forma di resistenza al pensiero unico. Che poi a essere complici di questo attacco – che ultimamente è alla libertà della Chiesa e perciò di tutti – siano anche dei cattolici non fa altro che rendere più triste l’intera vicenda.

Giornali, radio e anche il servizio pubblico della Rai si sono dati al linciaggio mediatico dell’Istituto Sacro Cuore e, più in generale, della Chiesa che, va da sé, è omofoba per definizione. Ovviamente passando sopra ai fatti che – come abbiamo già scritto lunedì – sono ben diversi da come sono stati presentati. 

Non c’è stato alcun licenziamento, tanto per iniziare, ma un contratto non rinnovato alla scadenza del 30 giugno scorso. Sorte toccata non soltanto alla prof lesbica ma ad altri 29 insegnanti della stessa scuola, in attesa che a settembre si rifacciano i conti con le iscrizioni e si decida se qualcuno di questi contratti può essere riacceso. Cosa che avviene, in rispetto della legge, tutti gli anni e in tutta Italia, non soltanto a Trento. Dunque se qualcuno è discriminato sono i 29 altri contratti non rinnovati che non possono contare sul sostegno di una potente lobby come quella gay per potersi garantire un nuovo contratto, al Sacro Cuore o altrove.

Inoltre, fosse anche stata licenziata la signorina in oggetto, la scuola aveva tutto il diritto di farlo sia in base alla Costituzione italiana, sia in base alla legge ordinaria, sia in osservanza delle direttive europee, perché gli enti religiosi – come i sindacati e i partiti – sono considerati “enti di tendenza”. Vale a dire che hanno il diritto costituzionalmente garantito di perseguire i propri fini educativi o culturali con personale che li condivide (per un approfondimento della questione giuridica rimando all’ottimo contributo del professor Ferraresi in calce a questo articolo).

Bene, hanno detto autorevoli opinionisti in questi giorni: volete che le scuole cattoliche abbiano il diritto di assumere chi vogliono? E allora non pretendano soldi dallo Stato. Ora, a parte che – come abbiamo appena visto – non si tratta di un privilegio che si vorrebbe strappare ora ma un diritto costituzionalmente garantito che non riguarda solo gli enti religiosi (vogliamo fare un confronto con i soldi che si versano per sindacati e partiti?), tale affermazione nasconde in realtà la visione di uno Stato etico, che decide cosa è giusto e cosa no, cosa è valore e cosa è dis-valore. Si tratta cioè di una visione totalitaria che, ad esempio, non tiene conto che è la stessa Costituzione a sancire che il primo soggetto educativo è la famiglia naturale: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», recita l’articolo 30, subito dopo l’articolo 29 in cui lo Stato «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».

In altre parole, le famiglie hanno il diritto di mandare i propri figli in scuole la cui identità formativa sia in sintonia con quella delle famiglie stesse. E le famiglie hanno il diritto di esigere dalla scuola che quella identità e quei valori educativi siano rispettati. 

Ieri a Radio Anch’io (Radio Uno) Marco Rossi Doria, che ama definirsi “maestro di strada” ed è stato sottosegretario all’Istruzione con i ministri Profumo e Carrozza, ha ripetutamente invocato l’articolo 3 della Costituzione che proibirebbe qualsiasi discriminazione per sesso, razza, religione ecc.: a dire che una scuola che vuole offrire una formazione cattolica è di per se stessa anti-costituzionale. In realtà l’articolo 3 stabilisce «pari dignità sociale» e «uguaglianza davanti alla legge», principio che non è certo messo in discussione dal fatto che ogni lavoro richiede dei requisiti specifici che non tutti hanno. 

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