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“I bambini che studiano religione non sanno distinguere l’immaginazione dalla realtà”

© DR
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Lo afferma uno studio tendenzioso pubblicato sulla rivista scientifica Cognitive Science. Che vuol cancellare i racconti della Bibbia e i miracoli di Gesù. Con tesi fragili e contraddittorie

I bambini che sono esposti alla religione hanno maggiori difficoltà a distinguere tra realtà e finzione. E’ quanto riportato da un nuovo studio pubblicato nel numero di luglio di Cognitive Science. A riportare la notizia è l’Huffington Post (22 luglio).

I ricercatori hanno focalizzato la propria attenzione su bambini di 5 e 6 anni provenienti sia da scuole pubbliche che parrocchiali, con tre diversi tipi di storie: religiose, fantastiche e realistiche. Il tentativo era quello di misurare quanto bene si potevano identificare i racconti con elementi impossibili o fittizi. Lo studio ha rivelato che, dei 66 partecipanti, i bambini che vanno in chiesa o sono stati iscritti in una scuola parrocchiale sono molto meno capaci di identificare gli elementi soprannaturali rispetto agli altri bambini. Per esempio nell’identificare animali parlanti o altri elementi immaginari.

Mettendo in relazione eventi religiosi apparentemente impossibili operati attraverso l’intervento divino (per esempio: Gesù trasforma l’acqua in vino) con elementi di finzione, i bambini esposti alla religione farebbero più affidamento alla religione stessa per giustificare le loro false categorizzazioni. "In entrambi gli studi i bambini esposti alla religione erano meno propensi a giudicare i personaggi dei racconti fantastici come fittizi, e in linea con questa ambiguità, hanno fatto più appelli alla realtà e meno alla impossibilità del fatto rispetto agli altri bambini", si legge nello studio.

Gli autori dunque suggeriscono che "l’insegnamento religioso, in particolare l’esposizione a storie di miracoli, porta i bambini ad una ricettività più blanda verso l’impossibile, cioè una più ampia accettazione del fatto che l’impossibile può accadere a dispetto delle relazioni causali ordinarie".

Fin qui lo studio pubblicato da Cognitive Science. Un esame più approfondito di esso, lascia però trasparire una certa tendenziosità nell’analisi. Una sorta di forzatura che rema in un’unica direzione: quella di sgonfiare l’importanza dell’insegnamento della religione. Il dottor Emiliano Lambiase dell’Associazione Italiana Psichiatri e Psicologi Cattolici, evidenzia prima di tutto un limite di carattere metodologico nei due studi condotti: il primo fa riferimento a bambini genericamente "cristiani", il secondo "a cattolici". Peraltro il campione è ridotto. Eppure la conclusione è la stessa: la religione condiziona negativamente la mente dei bimbi.

«Inoltre – aggiunge Lambiase – le premesse di fondo dello studio sembrano basarsi sul fatto che la fede si basi su eventi irrealistici e probabilmente falsi, diciamo mitologici, e che il problema risieda nel fatto che: i bambini ci credano veramente; arrivino a pensare che quelle cose possano succedere veramente; questa difficoltà di giudizio si estenda anche ad altri aspetti della realtà rendendo più in generale i bambini credenti meno capaci di distinguere la finzione dalla realtà».

Il fatto che gli eventi della Bibbia siano tutti mitologici e che eventi simili non possano avvenire, e quindi sarebbero una finzione da distinguere dalla realtà, sottolinea lo psichiatra «è tutto da dimostrare ed è uno dei presupposti della fede credere in essi, non solo da bambini – età nella quale questo può confondersi con una teoria della mente non ancora ben sviluppata – ma soprattutto da adulti».

La tendenziosità dello studio è ancora più evidente in alcuni punti che solleva l’esperto. «Introdurre elementi sovrannaturali – spiega Lambiase – sicuramente può rendere più complessa la capacità del bambini di distinguere la finzione dalla realtà, e forse prolunga il tempo necessario per elaborare una modalità adeguata di distinguere tra la finzione – ma i miracoli sono finzione? – e la realtà, ma questo non vuol dire che la impedisca. L’età considerata è l’età minima per sviluppare queste distinzioni e quindi già naturalmente non tutti i bambini sono in grado di farlo».

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