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Stile di vita

Un portatore di handicap può diventare sacerdote? Una testimonianza

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SIAME - pubblicato il 22/07/14

Nonostante la malattia di cui soffre fin dalla nascita, “padre Amadito” ha realizzato il sogno di diventare sacerdote

Con la sua andatura lenta, senza permettere che dal suo volto traspaia il dolore fisico, e men che meno che questo interferisca con il suo servizio a Dio e ai fedeli, padre Amado García Vázquez, uno dei vicari della Cattedrale Metropolitana di Città del Messico, è una testimonianza fedele del fatto che un handicap non è una punizione, ma una manifestazione dell’amore di Dio, che sarà coronata con la gloria della Resurrezione.

Piccolo di statura, in tonaca, percorre la Cattedrale officiando la Messa, confessando e assistendo i fedeli che ricorrono a lui per chiedergli consiglio su qualche problema familiare. La gente che conosce “padre Amadito”, come viene chiamato affettuosamente, non fa caso al suo fisico, ma alla sua capacità di servizio.

P. Amado è nato con l’acondroplasia, una malattia congenita che si presenta in uno su ogni 25.000 bambini nati vivi e fa sì che le ossa non abbiano una crescita normale; le persone che ne soffrono non superano in genere i 144 centimetri di statura.

Anche se l’aspettativa di vita e lo sviluppo intellettuale sono normali, chi soffre di questa malattia affronta vari problemi, come forti dolori muscolari e alle ossa, senza parlare dell’esclusione sociale.

P. Amado spiega che, essendo una malattia degenerativa, i segni sono comparsi con il passare degli anni. “Quando ero bambino camminavo normalmente, correvo, giocavo; il cambiamento più grande è avvenuto alle scuole superiori, quando mi sono reso conto che non potevo più fare certe cose, avevo sempre dolori alle ossa… Da quel momento sono stato sempre dal medico”.

“I problemi maggiori alle ossa sono alle anche: da prima di entrare in seminario mi hanno operato per togliermele e mettermi delle protesi, e visto che le ossa non vanno bene la situazione condiziona muscoli e cartilagine, per cui devo fare dei movimenti per adattarmi al fatto di sedermi, fermarmi, camminare, e questo provoca dolore”, ha spiegato.

Questo non ha tuttavia impedito che p. Amadito realizzasse il sogno di tutta la sua vita: diventare sacerdote. “Ricordo che avevo circa sette anni e il mio divertimento più grande era giocare alla Messa, battezzare le bambole delle mie sorelle e delle mie cugine e, visto che il cortile di casa era grande, organizzavamo delle processioni”.

Il sacerdote è il più piccolo di dieci fratelli ed è cresciuto a San Miguel Itzoteno, nello Stato di Puebla. “Quando andavo a Messa – non ce n’erano molte – dicevo: voglio essere come il sacerdote”.

La sua infanzia non è stata facile. Non sono mancate le critiche, le derisioni, i traumi e i dubbi. “È stata molto dura, mi faceva male, ma la vita voleva che fossi molto forte. Mi ha aiutato il fatto di avere una famiglia che mi proteggeva, e mi sono abituato ad affrontare quello che potevo e non potevo fare, e ovviamente al fatto che Dio era sempre lì. Questa condizione è stata un’opportunità di relazionarmi con Lui, la mia motivazione”.

Com’è stato l’ingresso in seminario?

Il mio desiderio di essere sacerdote era più forte del pensare ai complessi, e quando è arrivato il momento non ha stupito neanche la mia famiglia.

Com’è stata accolta questa notizia?

Ci sono state delle difficoltà. Per criteri personali, c’era chi pensava che io non rispondessi alle aspettative per stare lì, altri che non fossi degno di formarmi; c’è stato chi mi prendeva in giro, ma ci sono state anche persone che mi trattavo con naturalezza e mi davano il proprio sostegno.

Qual è stato l’aspetto più difficile?

Due cose: mi sentivo stanco fisicamente, i dolori mi opprimevano e alcune attività come salire e scendere le scale per me erano difficili. Mi sentivo tra due fuochi: quelli che dicevano “Non hai alcun problema, sei come gli altri”, e quelli che non gradivano molto la mia presenza.

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