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Perché la Santa Sede ora riabilita il “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini?

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 22/07/14

L'Osservatore Romano lo definisce il miglior film su Gesù. Ma quando andò nelle sale fu criticato e censurato. Ma con il Pontificato di Francesco il valore della pellicola è cambiato

Sorpresa ma non troppo per il "matrimonio" tra l’Osservatore Romano e Pier Paolo Pasolini. La voce ufficiale del Vaticano, in un articolo a firma di Emilio Ranzato, ha definito il ‘Vangelo secondo Matteo‘ del regista bolognese «un capolavoro e probabilmente il miglior film su Gesù mai girato; sicuramente, quello in cui la sua parola risuona più fluida, aerea e insieme stentorea, scolpita nella spoglia pietra come i migliori momenti del cinema pasoliniano».

Secondo il quotidiano del Vaticano, «quello che nelle premesse doveva essere il suo film su una crisi personale, la sua variante di Otto e mezzo e Il bandito delle undici, diventa invece un’opera che individua negli insegnamenti cristiani, restituiti pero’ alla spoglia essenza, lo strumento per uscire da quella stessa crisi». (L’Osservatore Romano, 21 luglio).

Eppure alla sua uscita, nel 1964, ricorda Il Giornale (22 luglio) il film era stato definito in quegli stessi ambienti «fedele al racconto ma non all’ispirazione del Vangelo». E allora come è possibile che, a distanza di 50 anni, un giudizio cambi così radicalmente? Perché la Santa Sede ha deciso di riabilitare un regista, Pasolini, peraltro ateo e condannato in primo grado per vilipendio alla religione di stato?

Lo spiega il direttore del quotidiano vaticano Giovanni Maria Vian a La Stampa. L’elogio di Pasolini è «un segno della Chiesa della misericordia di Francesco», evidenzia Vian.

In linea con il pontificato che mette al centro «le periferie geografiche ed esistenziali», il quotidiano della Santa Sede riconosce in Pasolini «l’abbandono al fluire della pagina evangelica». L’autore «maledetto» affida allo sguardo della cinepresa «un afflato espressivo religioso». (La Stampa, 22 luglio)

Il quotidiano torinese evidenzia che l’opera, è benedetta come «una rappresentazione che tocca corde sacre e prende le mosse da un sincero realismo». Infatti la Passione pasoliniana, che nel ’64 vinse il premio speciale della giuria alla mostra del cinema di Venezia, ha un Cristo interpretato da un sindacalista antifranchista, la Madonna anziana impersonata dalla madre dello stesso regista, la scena disseminata dai volti dei sottoproletari e la scabra ambientazione dei Sassi di Matera.

I riferimenti alla pittura del Quattrocento sono «scenario interiore e presepe intimo in cui far confluire la propria tormentata e per molti versi contraddittoria ideologia». E così, loda l’Osservatore Romano, «l’umanità febbrile e primitiva che il regista porta sullo schermo conferisce un vigore nuovo al verbo cristiano». Anzi il Vangelo «in questo contesto appare ancora più attuale, concreto, rivoluzionario».  

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