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La Santa Sede che ruolo gioca nel conflitto tra Israele e Palestina?

© FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 21/07/14

Cronistoria di un accordo

La Santa Sede che ruolo ricopre nel conflitto israeliano-palestinese? Come può intervenire e che tipo di rapporti preserva con lo stato ebraico e l’autorità palestinese? Come giudica la posizione ibrida di Gerusalemme, la città santa contesa da arabi, israeliani e la minoranza cristiana? Per comprendere meglio la delicata posizione del Vaticano nel conflitto più lungo e logorante nel Medio Oriente bisogna fare un passo indietro nel tempo.

Un accordo nel segno del rispetto e della pace

Dopo più di un anno di trattative e lavoro diplomatico, Vaticano e Stato Ebraico partoriscono nel dicembre 1993 l’Accordo Fondamentale. Un patto “di cortesia” tra i due Paesi, composto da quindici articoli. Tra i passaggi salienti l’articolo 2: “La Santa Sede e lo Stato d’Israele si impegnano alla necessaria collaborazione nella lotta contro ogni forma di antisemitismo e ogni tipo di razzismo e di intolleranza religiosa, e nella promozione della reciproca comprensione tra le nazioni, della tolleranza fra le comunità e del rispetto per la vita e la dignità umana”. Emblematico l’articolo 11: “La Santa Sede e lo Stato d’Israele dichiarano il rispettivo impegno alla promozione della pacifica risoluzione dei conflitti tra gli stati e le nazioni, con l’esclusione della violenza e del terrore dalla vita internazionale”.

Il nodo della proprietà dei Luoghi Santi

Altre due questioni fondamentali, che rappresentano il nucleo più spinoso dell’Accordo, sono quelle riguardanti il regime tributario della Chiesa e le questioni di proprietà sui Luoghi Santi. Israele assume “l’impegno a mantenere e a rispettare lo status quo nei Luoghi Santi cristiani”. Stato Ebraico e Santa Sede, congiuntamente, “ribadiscono il diritto della chiesa cattolica alla proprietà”. E in particolare “negozieranno in buona fede – si legge – un accordo complessivo, che contempli soluzioni accettabili da ambo le parti su punti non chiari, non fissati o discussi a proposito della proprietà e di questioni economiche e fiscali che riguardano in generale la chiesa cattolica o specifiche comunità o istituzioni cattoliche”. In realtà i negoziati partono ufficialmente l’11 marzo 1999 e sono ancora in corso, sforando ampiamente il termine di due anni previsti dall’Accordo fondamentale.

L’intesa con l’Autorità Palestinese

La Santa Sede trova un’intesa diplomatica anche con il “nemico” di Israele, vale a dire l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Nel febbraio 2000, è siglato l’ “Accordo di base”, in cui si riconosce giuridicamente la presenza della Chiesa cattolica nei territori palestinesi. ll preambolo punta ad abbattere le distanze con Israele: “Auspichiamo – recita il documento – che attraverso la negoziazione e l’accordo si pervenga ad una pacifica soluzione del conflitto palestinese-israeliano, che dovrebbe realizzare i legittimi e inalienabili diritti e le aspirazioni del Popolo Palestinese, e assicurare a tutta la popolazione della regione pace e sicurezza sulla base del diritto internazionale, delle risoluzioni delle Nazioni Unite e del suo Consiglio di Sicurezza e dei principi di giustizia e di equità”.

Verso un accordo globale

Anche in questo caso si ribadisce il regime di “status quo” sui “Luoghi Santi della Cristianità dove già vige”. L’OLP riconosce all’articolo 6 “i diritti della Chiesa Cattolica nelle questioni economiche, legali e fiscali: detti diritti devono essere esercitati in armonia con i diritti delle autorità palestinesi”. Come nell’Accordo Fondamentale con Israele, la Commissione Bilaterale (in questo caso) Santa Sede-OLP si impegna a dirimere con la negoziazione ogni controversia, e a stilare un accordo globale, di più ampio respiro che, dopo l’ultimo incontro tra le diplomazie del febbraio 2014, sembra in dirittura d’arrivo.

La “questione Gerusalemme”

Nel preambolo dell’intesa di base, si dà spazio, per la prima volta, al “caso” di Gerusalemme, città contesa da arabi, israeliani e cristiani. L’accordo sostiene “una giusta soluzione della questione di Gerusalemme, basata su risoluzioni internazionali”, fondamentale “per un’equa e durevole pace nel Medio Oriente”, e che “le decisioni unilaterali e le azioni che alterano lo specifico carattere e lo status di Gerusalemme sono moralmente e legalmente inaccettabili”. Si auspica uno statuto speciale per la città, frutto di un trattato internazionale, e dunque non bilaterale Israele-Palestina. Un patto che possa salvaguardare cinque punti: “La libertà di religione e di coscienza; l’uguaglianza di fronte alla legge delle tre religioni monoteiste e delle loro istituzioni e fedeli nella città; la specifica identità e il carattere sacro della città e del suo significato universale, il suo patrimonio religioso e culturale; la libertà di accedere e di praticare il culto nei Luoghi Santi; e il loro “status quo”.

Lo scenario attuale alla luce del conflitto

La Santa Sede si ritrova così ad essere un punto di equilibrio tra due “fuochi”. E questo giustifica anche i “passi lenti” delle negoziazioni che il Vaticano porta avanti con entrambi i duellanti. Riccardo Redaelli, docente di ‘Geopolitica’ e di ‘Storia e istituzioni dell’Asia’ presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nonché direttore del Centro di Ricerca sul Sistema Sud e Mediterraneo Allargato dell’Ateneo, sostiene che «ogni tentativo di soluzione per la pace passa per il riconoscimento del carattere speciale di Gerusalemme e dei luoghi santi». Ma è «evidente» che chiedere oggi una trasformazione della città in un zona sotto il controllo internazionale «non appare realistico». «Non si tratta di togliere Gerusalemme a Israele, ai palestinesi, o ai cristiani – precisa Redaelli – ma di partire dalla centralità delle tre fedi per costruire una soluzione definitiva».

La sterzata di Papa Francesco

In tale ottica la strategia avviata dalla Santa Sede con Papa Francesco è molto più pratica che diplomatica. Bergoglio nel suo viaggio in Terra Santa ha ribadito senza fronzoli la necessità di ricostruire un percorso di pace, «ma parliamo di una pace che non sia siglata solo con gli accordi – aggiunge l’esperto di geopolitica – perchè non reggerebbe l’urto degli opposti estremismi, di tutti coloro che premono per il peggio, che lavorano per rompere ogni ponte tra israeliani e palestinesi».

Il Pontefice ha utilizzato l’espressione “artigiani della pace”, per dare l’idea del sentiero da seguire. «L’essere “artigiani della pace” – ragiona Redaelli – obbliga non solo le parti in causa, ma anche l’Occidente a lavorare giorno per giorno per un mutamento reale ndl conflitto».

Il cambiamento socio-politico di Israele

Ma per diventare efficaci “artigiani”, bisogna comprendere il cambiamento profondo che sta avvenendo oggi nello stato ebraico. Da un punto geopolitico, «è evidente che c’è una parte forse troppo forte che è Israele, e una parte che è sempre più debole che è quella palestinese, spaccata territorialmente e politicamente tra Hamas, e le formazioni più estremiste, tra cui Al Fatah che sconta sempre più la moderazione di Abu Mazen e la grande corruzione al suo interno».

Altro aspetto da tener conto «è lo scivolamento del Paese verso una destra non moderata». Il governo è infarcito di ministri estremisti e ostili nei confronti dei palestinesi, al punto che il primo ministro Benyamin Netanyahu, simbolo della destra israeliana sin dagli anni novanta, oggi si ritrova ad essere tra i più moderati dell’Esecutivo.

Altra nota dolente è che Israele, pur fortissimo militarmente, ha un profondo senso di vulnerabilità e preoccupazione per il futuro. «Si respira un’aria di continua tensione per il timore di attacchi terroristici; non si capisce quale sia la strategia sui “territori occupati” dal 1967, né sulla gestione del rapporto la minoranza araba, sia musulmana che cristiana: integrazione o apartheid modello Sud Africa?».

Il Vaticano e la mediazione dei Cristiani

In questo contesto la Santa Sede ha un’arma importante a disposizione: la vicinanza alla componente cristiana, che ha nei confronti di Israele meno rischi settari rispetto ai palestinesi ed è più “agganciata” all’Occidente sul fronte diplomatico. Tale componente, osserva Redaelli, insieme al Vaticano, deve lavorare per far riprendere il dialogo e stimolare la convivenza. «Se israeliani e palestinesi non elaborano la capacità di accettazione dell’altro, cioè il tollerare l’altro, è impossibile pensare ad una convivenza. La Santa Sede può lavorare per ricreare canali, allacciare ponti tra le due parti e nello stesso tempo attivarsi, sia in prima persona che nelle sedi internazionali, anche discretamente, per limitare il disastro umanitario che si registra a Gaza e in buona parte dei territori occupati». Per allentare le tensioni sono importanti, conclude il docente di geopolitica, anche gesti simboli. Ne hanno fatto diversi i cattolici ortodossi, né ha fatto uno altrettanto importante Papa Francesco invitando i due leader alla preghiera in Vaticano. «In Medio Oriente – chiosa – il simbolo ha una valenza superiore rispetto a noi. Non ha un effetto immediato, ma resta impresso nel tempo».

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