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Perché gli anglicani hanno optato per le donne vescovo

BEN STANSALL /AFP
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Il ruolo della richiesta popolare

di Alistair MacDonald-Radcliff

“Permettere alle donne di assumere il ruolo di vescovo cambierà la Chiesa” è stata la conclusione dell'attuale decano della cattedrale di Salisbury, il reverendo June Osborne, dopo il voto che ha spianato la strada alla consacrazione delle donne all'episcopato della Chiesa d'Inghilterra. “Penso che cambierà anche la nostra società, perché è un passo avanti verso l'accettazione del fatto che le donne sono realmente uguali a livello di autorità spirituale e leadership nella società”.

Perché la proposta passasse, il risultato dei voti in ciascuna delle tre camere che compongono il Sinodo della Chiesa doveva raggiungere o superare i due terzi. Le volte precedenti in cui il problema era stato preso in considerazione, si era visto che questa maggioranza era difficile da ottenere, con i laici come ultima camera a garantire il livello necessario di sostegno.

Nella votazione più recente, i risultati sono stati questi: nella Camera dei Laici, 152 voti a favore e 45 contrari; nella Camera dei Vescovi, 37 voti a favore e 2 contrari; nella Camera del Clero 162 voti a favore e 25 contrari. Nel novembre 2012, il cambiamento è stato evitato perché il numero di voti necessario non era stato raggiunto per appena sei unità alla Camera dei Laici.

La diffusa indignazione di allora, ampiamente riportata su media largamente ostili, insieme ai commenti negativi di molte figure pubbliche di spicco, dal Primo Ministro in giù, sono stati un fattore significativo nella relativa fretta con cui la misura è stata riportata questa volta al Sinodo (in base alle norme procedurali normali, su una questione così importante non sarebbe stato permesso un ulteriore dibattito fino a dopo l'elezione di un nuovo Sinodo, il che avrebbe potuto rimandare le cose fino a sei anni).

Il voto ha chiaramente un'importanza storica, visto che cambia una linea esclusivamente maschile di successione dai tempi degli apostoli. In questo lungo contesto storico, è interessante che la decisione sia giunta vent'anni dopo l'approvazione del sacerdozio femminile. Visto che l'ammissione agli Ordini sacri maggiori in una delle tre forme di diacono, sacerdote e vescovo ha caratterizzato l'accettazione di ciò come una possibilità teologica, questo ritardo può sembrare strano. Dall'altro lato, un senso duraturo dei vescovi come successori degli apostoli ha dato a questo passo una certa sensazione di grandezza aggiuntiva.

Oltre a questo, la considerevole resistenza degli oppositori rifletteva prevalentemente preoccupazioni teologiche con le quali le questioni relative al cambiamento sociale non avevano relazione, e questo rendeva gli oppositori difficili da batttere. Ciò è stato reso ancor più difficile dalla mancanza di volontà di quelli che favorivano il cambiamento di offrire garanzie “di ferro” per cui il provvedimento sarebbe stato adottato per permettere gli oppositori di sostenersi in modo indefinito in futuro. Questo ha segnato ancora una volta un cambiamento di politica dall'epoca in cui le donne hanno iniziato ad essere ordinate, perché a quel punto un provvedimento strutturale di tale tipo è stato preso nella forma di “vescovi volanti” per le congregazioni che optavano per questo. Sembra, ad ogni modo, che la parte a favore dell'innovazione abbia tratto dall'esperienza successiva – che quelle congregazioni, lungi dal ripiegarsi e svanire, andavano in realtà avanti nel tempo con rinnovato vigore – la lezione per la quale nessun provvedimento di questo tipo avrebbe dovuto essere offerto nuovamente.

Cos'è cambiato, quindi, con posizioni così profondamente radicate ma opposte? Il fatto che non si ritenesse possibile lasciare la questione ai lenti processi procedurali usuali e che venisse considerata anche particolarmente urgente dal nuovo arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, fin dall'epoca della sua instaurazione riflette alcuni fattori unici della posizione della Chiesa d'Inghilterra nella vita della Nazione, che hanno a che vedere con i modi complicati in cui questa Chiesa si riferisce alla società e alla cultura più ampie, che è il motivo per cui le aspettative della società fuori dalla sua porta sembrano aver pesato tanto alla fine.

Nel corso della storia, la maggior parte delle Chiese ha teso ad essere cauta nelle modifiche, e la Chiesa d'Inghilterra non ha fatto eccezioni in questioni strutturali, per quanto ampia potesse essere la diffusione di opinioni che spesso ha permesso nelle sue istituzioni. Le questioni in gioco in questo caso, però, erano ritenute relative al rapporto tra la Chiesa e la società più ampia, e per la Chiesa d'Inghilterra come Chiesa che gode della posizione particolare che ha all'interno dello Stato è un settore di sensibilità particolare e crescente.

È interessante che persone che magari non vanno mai in chiesa o che possono perfino professarsi atee pensino spesso che sia del tutto appropriato esprimere decisi punti di vista su come dovrebbe essere gestito l'aspetto religioso e su questioni come la consacrazione episcopale delle donne.

A un certo livello, sembra difficile da capire perché la questione dovrebbe interessare le persone che non appartengono alla Chiesa. Dall'altro lato, c'è un senso per il quale, essendo vista come la Chiesa-di-chiunque-in-Inghilterra, la Chiesa anglicana rende implicitamente le sue questioni interne aperte alla preoccupazione di tutti.

Ciò dà un taglio particolare alla questione relativa al punto fino al quale la Chiesa deve cercare di allinearsi con i sentimenti generali della società che la ospita. Il rapporto è sempre mutevole via via che la società cambia, e ci sono moltissime altre questioni che appaiono all'orizzonte in cui le tensioni possono essere maggiori, soprattutto riguardo al matrimonio omosessuale, al quale la Chiesa ha finora resistito, anche se ha dovuto adattarsi al concetto imposto dallo Stato delle unioni omosessuali.

Ci sono altri punti di pressione. Ad esempio, i vescovi senior della Chiesa siedono ex officio come membri a pieno titolo nella Camera dei Lord. Una delle questioni di cui in genere non si è parlato quando l'ultima votazione sinodale non ha approvato l'episcopato femminile nel 2012 è stato il fatto che probabilmente avrebbe aumentato il sostegno a coloro che vorrebbero destabilizzare del tutto la Chiesa anglicana. Resta da vedere quanto a lungo potranno essere smorzate queste voci.

C'è quindi tutto questo dietro agli intensi negoziati che sono andati avanti negli ultimi diciotto mesi per assicurare che il risultato attuale ci fosse davvero, e significava alla fine che chi resisteva sentiva a tal punto la forte pressione che per il bene del posto della Chiesa come istituzione in Gran Bretagna i pochi voti laici necessari si sono spostati.

L'asservimento della teologia alle questioni politiche non è una novità, e rischia sempre di sfociare nell'erastianesimo. Anche se non è una novità quando si guarda alla Chiesa delle origini, aiuta a spiegare la particolare preoccupazione anglicana di far sì che la Chiesa si adegui alle richieste sociali, il che è sicuramente una componente importante di ciò che è avvenuto in questi giorni.

In una certa misura, spiega perché l'impatto di questa decisione sui rapporti degli anglicani con quelle parti della Comunione Anglicana che ancora non ordinano nemmeno le donne, men che meno le consacrano vescovi, non sia stato molto menzionato. E perché invece l'impatto potenziale chiaramente maggiore sulle relazioni ecumeniche con la Chiesa ortodossa e quella cattolica romana non sia stato ancora una volta una preoccupazione di peso come ci si sarebbe aspettati. Ciò non vuol dire che questi problemi venissero ignorati, ma per il momento il tutto ha riguardato provvedimenti istituzionali e amministrativi convenienti alle necessità nazionali.

In questi termini, i sostenitori delle donne vescovo sono stati profondamente conservatori. Se una critica realmente radicale della Chiesa e del fenomeno della gerarchia patriarcale avrebbe portato a criticare le strutture stesse che implica, come i decani, gli arcidecani e i vescovi, non c'è stato alcun attacco di questo tipo. Il problema, invece, non è stato considerato dal punto di vista del potere gerarchico, ma semplicemente in base al fatto che le donne non ne erano parte, o non avevano un controllo sufficiente.

Il problema non erano le strutture di potere patriarcali, ma le persone al loro interno. In questi termini, il dibattito è di vecchio stampo. Ha anche il potenziale di stabilire il tono di ciò che vorrà dire diventare un vescovo quando le donne inizieranno ad accedere all'episcopato.

Non dovrebbe dunque sorprendere il commento di una donna che ha detto: “Non crederò davvero che abbiamo vinto fino a quando l'arcivescovo di Canterbury non sarà una donna”. Siamo realmente di fronte a una stagione di cambiamento per la struttura di potere della Chiesa, a cui nessuna persona realmente impegnata vorrebbe essere immune.

Il rev. canonico Alistair Macdonald-Radcliff è Senior Advisor presso il King Abdullah Bin Aziz International Center for Interreligious and Intercultural Dialogue e Direttore Generale del World Dialogue Council.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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