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Restare o partire?

Christian child prays in Church in Iraq

© KARIM SAHIB / AFP

IRAQ, BARTALA : An Iraqi Christian child rests on a phew inside the Church of the Virgin Mary in the town of Bartala, on June 15, 2012, east of the northern city of Mosul, as some Iraqi security remain in the town to protect the local churches and community. The exiled governor of Mosul, Iraq's second city which was seized by Islamist fighters last week, has called for US and Turkish air strikes against the militants. AFP PHOTO/KARIM SAHIB

Aiuto alla Chiesa che Soffre - pubblicato il 18/07/14

Il dilemma della comunità cristiana in Iraq

«Il serbatoio della mia auto è sempre pieno. Così se la situazione dovesse precipitare, sono pronto per fuggire con mia moglie e mio figlio». Karam, cristiano caldeo di ventitré anni, ha vissuto tutta la sua vita a Kirkuk.

Nella città del nord iracheno convivono curdi, arabi, turkmeni e assiri. La varietà di religioni, lingue ed etnie, e la presenza del più grande giacimento petrolifero d’Iraq sono da sempre causa di scontri, ma in seguito all’avanzata dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) dello scorso giugno la situazione si è fatta ancor più drammatica perché i curdi hanno assunto il controllo di Kirkuk, mentre i jihadisti sono a meno di venti chilometri dal centro abitato.

Ognuno dei circa 5mila caldei della città condivide dunque la preoccupazione di Karam. Incluso suo fratello Mohand, che ha ventisei anni e studia per diventare sacerdote. «Capisco mio fratello – confida ad Aiuto alla Chiesa che Soffre – L’emigrazione è la piaga della nostra comunità, ma come possiamo chiedere ai fedeli di rimanere se non possiamo garantire loro che nessuno li ucciderà?». Ad infondere speranza nei cristiani è ormai soltanto la presenza del clero. «In Iraq i sacerdoti rappresentano una candela accesa di fede e speranza. Se questa candela dovesse spegnersi, si consumerebbe anche la fede».

Tra le innumerevoli difficoltà affrontate dall’ormai modesta minoranza religiosa vi è anche la disoccupazione. «Non è semplice essere un cristiano in Iraq – afferma Karam – non lo è mai stato, anche prima dell’arrivo di Isis». L’aver terminato gli studi con ottimi risultati, non è valso un adeguato impiego al giovane caldeo che oggi lavora come autista del vescovo. «La Chiesa ci aiuta come può, ma i posti migliori sono riservati ai musulmani. Ho fatto domanda di lavoro ad una compagnia petrolifera locale, la Northoil, ma la dirigenza è sciita e assume soltanto chi condivide la stessa fede». Le uniche posizioni accessibili ai cristiani sono nell’esercito o nelle forze di polizia: «lavori pericolosi che non interessano a nessuno».

In Iraq i cristiani sono rispettati dalla maggioranza della comunità islamica, tuttavia le barriere tra gruppi religiosi sono evidenti. «I rapporti con i musulmani si limitano a qualche frase amichevole scambiata nel quartiere o in un negozio – afferma Karam – i miei amici più stretti sono tutti cristiani».

La Chiesa irachena, però, non applica alcuna distinzione di credo nel donare assistenza ai tanti rifugiati che hanno abbandonato le proprie case in seguito all’avanzata di Isis. A Kirkuk la diocesi sostiene più di 500 famiglie musulmane che, esattamente come quelle cristiane, ricevono i sacchetti gialli – contenenti fagioli, zucchero, farina e riso – amorevolmente preparati dai giovani cristiani e dalle religiose della diocesi. «La nostra fede ci insegna a non discriminare perché tutti meritano l’amore di Dio – afferma Mohand – ecco perché noi cristiani dobbiamo rimanere. Gesù ha piantato il seme della fede in Medio Oriente ed io non voglio partire. Perché anche io appartengo a questa terra».

Negli ultimi cinque anni Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato alla Chiesa irachena oltre 2 milioni e 400mila euro.

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