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Figli: desiderio o diritto?

Adoption – it

© HECTOR RETAMAL / AFP

Vinonuovo.it - pubblicato il 18/07/14

Una coppia racconta - oltre ogni dibattito solo teorico - la sua storia, segnata da tante difficoltà: «I figli non si hanno per diritto, ma si devono desiderare, cercare, lottare per averli»

Qualche tempo fa, partendo dalla sentenza della Corte costituzionale sulla Legge 40, provai a spiegare, con tutto il rispetto e la delicatezza che ho potuto, che "non esiste il diritto ad avere un figlio". Nello scrivere avevo in mente e nel cuore alcune vicende precise di accoglienza della vita e/o di accoglienza della impossibilità a procreare naturalmente. Ma ovviamente il tema è delicato. Ne venne fuori un piccolo dibattito, nel blog e sui social network, pieno di sfaccettature e commenti anche stizziti e sofferti. Tra le reazioni anche quella di due sposi – Massimiliano, che racconta in prima persona, e Laura (nomi di fantasia) – che poi ci hanno voluto consegnare in qualche riga la loro esperienza. (Simone Sereni)

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Ci siamo conosciuti che eravamo due ragazzini: 17 anni io e 14 lei. Adesso io ne ho 52 e mia moglie 49. I nostri genitori erano già anziani e hanno avuto già dai primi momenti della nostra unione, bisogno di aiuto e sostegno. Non avevamo molte scelte; e Laura, che è ora mia moglie, a vent’anni ha dovuto di fatto trasferirsi da noi (da me e mio padre) per darci una mano in casa. Oltretutto allora non potevamo permetterci due case: quella dei miei genitori di cui pagavo il mutuo, e una in affitto per noi.

Parto da qui perché la nostra esperienza è stata segnata all’inizio da una certa segregazione da parte della nostra amata Chiesa locale. 
Io mi ero appena riavvicinato alla parrocchia dopo alcuni anni. Ma conoscendo la mia situazione di convivenza, da subito sono iniziati i chiacchiericci mai fatti però a quattrocchi.

Ho mollato nuovamente tutto.

Poi, dopo sette anni in cui non potevo neppure andare a mangiare una pizza con Laura, mio fratello si è fatto avanti e ha preso nostro padre con sé.

Siamo stati circa due anni conviventi anche perché mia moglie di sposarsi in Chiesa non ne voleva sapere: non voleva recitare una parte che non si sentiva in un momento così importante per me e per noi e ho rispettato la sua decisione. Nel 1993, dopo la GMG di Denver, ci siamo sposati.

Dopo il matrimonio abbiamo iniziato a provare ad avere figli che non arrivavano e io cercai da subito la possibilità di un’adozione che al momento dell’abbinamento fu da noi rifiutata perché mia moglie cadde in depressione. Una situazione che si è protratta per circa due anni. 

Dopo questo periodo bruttissimo, abbiamo cercato di nuovo dei figli che continuavano a non arrivare. E allora abbiamo voluto sapere il perché.
Siamo andati presso un centro per la sterilità dove senza batter ciglio ci hanno indirizzati verso la fecondazione assistita, senza spiegarci le ragioni dell’assenza di figli. 

È stata un’esperienza disumanizzante, in un ambiente da terzo mondo, con personale che aveva di tutto escluso un minimo di umanità. Ci siamo sottoposti a pratiche diagnostiche tra le più umilianti alla fine siamo emigrati altrove, lontano da casa. Ci sembrava di stare al "Grand Hotel" sia strutturalmente sia da un punto di vista di personale.
Siamo stati accompagnati in maniera molto discreta a capire le ragioni della nostra sterilità. Alla fine di un percorso molto chiaro e trasparente, ci hanno proposto la fecondazione assistita. Mia moglie si è sottoposta prima della fecondazione, a prelievi e iniezioni giornaliere di ormoni: una volta vicini al periodo fecondo, abbiamo fatto per tre volte la fecondazione assistita.

Non riesco a descrivere lo sconvolgimento fisico e psicologico di mia moglie, che è stata eroica nel sopportare tutto questo: occorre viverlo per capirlo. Mi fanno ridere i sapientoni che sembrano sapere tutto di queste cose e che magari non hanno vissuto neppure un decimo di queste situazioni. Una dottoressa ci diceva che la vita è una cosa misteriosa perché anche noi che "facciamo inseminazione", possiamo arrivare fino ad un certo punto dopodiché esiste un mistero che sfugge anche a noi.

Si erano infatti verificati casi di coppie sicuramente sterili in cui la donna – dopo che avevano fatto la fecondazione assistita (non eterologa, come noi) – poi era rimasta incinta naturalmente; e altri casi particolari che portavano la dottoressa ad affermarlo.
A noi non è successo niente. E conseguentemente ci siamo orientati subito verso l’adozione internazionale: destinazione, un Paese africano. 

Qui inizia altro calvario, ma di altro tipo: pratiche, soldi, assistenti sociali, psicologi, giudici, tribunali, file interminabili etc. Il Paese improvvisamente chiude alle adozioni e ci consigliano di guardare in Asia. Si riparte da capo con la burocrazia.

Dopo sei mesi partiamo e tutto avviene in discesa fino all’arrivo del nostro gioiello più bello, nostra figlia.
Perché lo raccontiamo? Credo che vedendo il nostro percorso, la nostra volontà di avere un figlio e il crederci e pregarci ogni giorno, alla fine il Signore ci ha fatto questo dono bellissimo. Vivere l’esperienza dell’adozione e avere un bimba bellissima.

I figli non si hanno per diritto, ma si devono desiderare, cercare, lottare per averli come ogni altra cosa della vita; alla fine però anche abbandonarsi alla bontà del Signore che conosce i nostri cuori e che non fa mai mancare il suo sostegno.

Qui l’originale

Tags:
adozionebioeticafecondazione assistita
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