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Rivoluzione Francese: perché perseguitò i cattolici?

© Bibliothèque nationale de France

Toma de la Bastilla, 14 julio 1789

Marcelo López Cambronero - Aleteia - pubblicato il 16/07/14

Si cercava di espellere la religione dallo spazio pubblico? Non fu proprio così

Affermare che la Rivoluzione Francese abbia perseguitato l’elemento religioso non è del tutto corretto, o quanto meno è un’affermazione soggetta a sfumature. Quando diciamo qualcosa di questo tipo, tendiamo a pensare che i rivoluzionari volessero costruire una società laica in cui il ceto religioso non avesse privilegi né fosse rilevante nella vita pubblica, ma non è vero. Piuttosto, ciò che è avvenuto è stata l’apertura di un processo in cui le religioni considerate “storiche” dovevano essere sostituite da una “religione di Stato” con le proprie pretese teologiche, i propri funzionari, le proprie élites e i privilegi che assicurassero, al di sopra di ogni altra cosa, che i cittadini fossero sottoposti alla legge in coscienza e cuore. Il re non sarebbe stato più re, men che meno per grazia di Dio, perché ora la legge, e solo lei, era dio, qualsiasi cosa dicesse.

Gli Stati generali convocati da Luigi XVI nel 1789 erano divisi in tre ordini: il clero, la nobiltà e il “terzo stato”. I primi due avevano 561 rappresentanti (291 e 270 rispettivamente), mentre il terzo, i cui rappresentanti erano eletti tra i maschi che avessero compiuto 25 anni e pagassero le tasse, ne aveva 578. Il numero non era troppo importante, in via di principio, perché il re desiderava mantenere il voto per elementi e non per individuo. L’obiettivo della convocazione era aiutare la monarchia a realizzare le riforme che potessero aiutare a migliorare la situazione generale del Paese, immerso nella povertà e nello sconforto.

Ciò che è certo è che il clero non era un ostacolo alla politica iniziale di riforme. Questo ceto appoggiava le misure, promosse dal terzo stato, che dovevano stabilire la separazione dei poteri, la convocazione frequente degli Stati generali, la loro supremazia nello stabilire le imposte, il riconoscimento delle libertà individuali, eccetera, anche se solo un quarto dei suoi membri desiderava la rottura dell’ordine cetuale e la promozione di una rivoluzione democratica. La maggior parte dei membri del clero sosteneva una riforma graduale e non una rottura rivoluzionaria. Malgrado questo atteggiamento moderato, la presa della Bastiglia il 14 luglio e la successiva abolizione dei privilegi feudali, la maggior parte dei quali favoriva la Chiesa, non furono fatti che allarmarono in modo particolare vescovi e sacerdoti, più preoccupati per i risultati della riforma costituzionale avviata da una nuova assemblea. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino promulgò la libertà religiosa, riservando allo Stato il potere di determinare quando le opinioni in materia di credo risultavano incompatibili con la legge.

Questa libertà ebbe però scarsa durata reale. Il 12 luglio 1790 venne istituita la “chiesa costituzionale”, che nella pratica e partendo da un rapido processo di fondamentalismo statalista divenne l’unico credo accettato dalle autorità. Questa “chiesa” aveva un’organizzazione e un funzionamento proprio, deciso dallo Stato, e ai sacerdoti cattolici venne offerta la possibilità di giurare fedeltà alle norme promulgate in materia di religione slegandosi dall’obbedienza al proprio vescovo e a Roma.

Purtroppo, e malgrado la determinazione di papa Pio VI e la ribellione dei vescovi (solo quattro giurarono il nuovo ordine), molti presbiteri, soprattutto nel centro del Paese, si unirono alla “chiesa laica” e divennero commissionari politici dello Stato in materia religiosa. La creazione di questa chiesa si celebrò al Campo di Marte, con gli officianti in abiti tricolori, allo stile della nuova “insegna” nazionale.

La persecuzione contro quanti non accettarono questa situazione fu brutale. I sacerdoti “refrattari” – quelli che rimasero cattolici – erano perseguitati, non potevano celebrare i sacramenti né predicare, e dal 18 marzo 1793 se venivano catturati sul suolo francese dovevano essere giustiziati in meno di 24 ore. A molti di loro la pena venne commutata in un destino ancor peggiore nelle tristemente celebri carceri insalubri della Guyana Francese. Allo stesso tempo, si impedì la comunicazione tra i cattolici francesi e il papa, le cui lettere e i cui documenti non potevano essere resi noti nel Paese senza l’approvazione degli organi legislativi. La Chiesa cattolica subì una delle peggiori persecuzioni della storia.

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