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E’ giusto spendere un miliardo di euro per costruire il cervello artificiale?

© KPG Idream/SHUTTERSTOCK
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Il professor Rossini: nessun computer si avvicinerà alla connessione dinamica dei nostri neuroni

Seicento scienziati da tutta Europa in protesta contro i fondi pubblici (un miliardo di euro) stanziati dalla Unione Europea per la ricerca sul "cervello artificiale". Il cosiddetto "Human Brain Project" ha scatenato un’ondata di protesta che ha pochi precedenti nel mondo scientifico. Il progetto ha lo scopo di costruire un computer capace di simulare il funzionamento del cervello umano, idea ambiziosa ma anche tanto prematura e disorganizzata secondo gli scienziati, come riporta La Repubblica (14 luglio). Un investimento di tale portata rischia di farci sprecare i pochi soldi destinati alla scienza ed è questo il motivo principale per cui si chiede di bloccare il progetto.

In realtà il "cervello artificiale" pone un problema ben più ampio, che valica l’utilizzo dei fondi pubblici per realizzarlo. Il miliardo di investimenti, cifra enorme, si bilancia con la realtà dei fatti? I neuroni "telecomandati", al di là dei fondi pubblici, assomiglieranno davvero a quell’insieme di connessioni che forma uno dei nostri organi più importanti? E poi quanto c’è di etico nel realizzare una copia di un meccanismo "naturale"? Aleteia lo ha chiesto ad un autorevole esperto di neuroscienze.   

«Lo Human Brain Project è certamente molto ambizioso, ma molto, molto lontano dal concetto di “cervello” che viene oggi considerato il più avanzato che si occupa di neuroscienze», sentenzia  il professor Paolo Maria Rossini, direttore dell’istituto di Neurologia del Policlinico "Agostino Gemelli" e docente di Neurologia all’Università Cattolica di Roma. «Si basa più su una visione cibernetica di funzioni gestite da reti neurali più o meno stabilizzate, il tutto velocizzato dalle capacità di ‘calcolo’ di un potentissimo computer. Nulla di più lontano dalla realtà!». 

«Il nostro cervello – prosegue – ha tanti circuiti e tantissime cellule nervose, ma la meraviglia della sua organizzazione è nella capacità di “connessione dinamica" che permette ad assemblee di neuroni di colloquiare e lavorare assieme assumendo di volta in volta caratteristiche diverse e complementari».  In altre parole, spiega il direttore della Neurologia del Policlinico "Gemelli", assemblee di neuroni che controllano il movimento e la sensibilità di una determinata parte del corpo, possono anche partecipare (connettendosi con assemblee diverse) a produrre emozioni e/o a accumulare memorie e richiamare ricordi. 

«Insomma, mi sembra molto più promettente l’approccio di ampi settori delle neuroscienze moderne – ragiona Rossini – che stanno cercando di disegnare la intricatissima mappa del “connettoma”, cioè dei collegamenti strutturali e funzionali – quindi dinamici, che possono cambiare e modularsi continuamente nello spazio temporale di pochi millesimi di secondo – che permettono ad un cervello relativamente piccolo, circa un chilo e mezzo, racchiuso in un volume ristretto, di poter svolgere tantissime funzioni, di interagire con l’ambiente esterno ed interno, di accumulare ricordi, conoscenze, sensazioni e riflessioni che caratterizzano in modo unico ed irripetibile ciascun essere umano».

Nessun computer, potente quanto si voglia, «si avvicinerà nemmeno lontanamente a questo tipo di organizzazione anche se sarà migliore, anche di molto, ad un cervello umano in particolari e selettive funzioni individuali» (velocità di calcolo, capacità di memoria, etc.). 

Parlare infine di possibili soluzioni di malattie del cervello quali Parkinson ed Alzheimer da parte dei responsabili dello Human Brain Project «sembra un pò un mantra mediatico, tutti oramai lo fanno, anche alla luce del fatto che nessuno di loro è in realtà un vero ricercatore clinico in questi ambiti. Quindi va benissimo il computer per fare singole attività in modo più rapido e preciso del cervello umano. Va malissimo pensare che un computer possa svolgere le funzioni, tutte le funzioni, di un cervello umano».

Inevitabile il giudizio: «La protesta dei ricercatori contro lo Human Brain Project è del tutto condivisibile anche perché i soldi per la ricerca scientifica sono complessivamente limitati e se vanno in direzioni inutili o sbagliate non permettono la crescita della ricerca vera».

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