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“Che cosa hanno fatto di male i bambini?”

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Il grido di Warda una "sposa bambina" yemenita fuggita dal suo triste destino

“Voglio andare a vivere con mio zio. Che ne è dell’innocenza dell’infanzia? Che cosa hanno fatto di male i bambini? Perché ci devono sposare così? Sono riuscita a risolvere il mio problema, ma altre bambine innocenti non ce la fanno, potrebbero morire, suicidarsi o fare chissà che cosa. Sono solo bambini. Che cosa ne sanno? Non hanno tempo per studiare né per fare altro. Non è colpa nostra. Non sono la sola. Può accadere a chiunque. Ci sono troppi casi come il mio. […] Hanno ucciso i nostri sogni. Hanno ucciso tutto quello che avevamo dentro. Non rimane più nulla. Questo non è crescere. Questo è un crimine, un crimine”.

Le parole di Nada al-Ahdal, undicenne yemenita sfuggita al matrimonio impostatole dalla famiglia, hanno fatto il giro del mondo. Il video postato lo scorso luglio su YouTube è stato tradotto in inglese, è stato analizzato e qualcuno ne ha anche messo in dubbio l’autenticità. Sta di fatto che sia che si sia trattato di una denuncia “costruita” sia che si sia trattato di una tragedia davvero consumatasi, poco cambia la sostanza. È del 6 settembre scorso la notizia dell’ennesima vittima innocente: Rawan, bimba yemenita di otto anni, è morta durante la cosiddetta “notte della penetrazione”, in altre parole la prima notte di nozze.

Il marito quarantenne l’avrebbe portata in un albergo della cittadina di Hardh e l’avrebbe penetrata provocandole un’emorragia letale. Un rapporto di Human Rights Watch del dicembre 2011 riferisce che nella terra della regina di Saba il 14% delle bambine viene dato in matrimonio prima dei 15 anni, mentre il 52% prima dei 18. La maggior parte delle bambine viene sposata da uomini adulti, mentre una percentuale minore viene sposata con coetanei, costretti anch’essi al contratto nuziale.

Le motivazioni che portano alla tragedia delle spose bambine, non solo nello Yemen, sono principalmente le seguenti: la povertà, ovvero le famiglie che vendono le figlie per motivi economici quali il saldo di un debito oppure semplicemente per avere una bocca in meno da sfamare; la “protezione” della sessualità femminile poiché proteggerebbe la donna, ma soprattutto la famiglia di quest’ultima, da eventuale disonore qualora non giungesse vergine al matrimonio; la discriminazione di genere in culture e tradizioni che disprezzano la donna tanto da giustificare ogni genere di violenza; infine leggi inadeguate ovverosia leggi inesistenti oppure che non vengono applicate.

Le suddette motivazioni valgono in toto per il caso yemenita dove ritroviamo tradizioni ancestrali protette da una legislazione insufficiente e talvolta da responsi di religiosi islamici che ne confermano la validità.
La società yemenita, ma soprattutto i movimenti a tutela delle donne, ha di recente dato segnali di reazione a una tragedia ormai quotidiana. Lo scorso 20 agosto viene lanciata a Sanaa la Campagna nazionale per salvare Warda.

L’anima di questa impresa coraggiosa e ardua è la giovane attivista ventunenne Hend Nasiri. L’obiettivo principale è quello di esercitare pressioni a vari livelli e arrivare a ottenere la riforma del Codice dello Statuto personale affinché s’introduca per la donna l’età minima di 18 anni per contrarre matrimonio.

Una lettura del Codice rivela infatti che non si fa cenno alcuno all’età dei nubendi. Solo all’articolo 26 si citano gli impedimenti al matrimonio per lo sposo che non può siglare il contratto nuziale nei seguenti casi: se la donna non appartiene a una delle religioni del Libro (se non quindi musulmana, ebrea o cristiana); se la donna ha apostatato l’islam; se è sposata a un altro uomo; se è stata accusata di adulterio; se è già stata ripudiata tre volte dal nubendo e nel frattempo non si è risposata con un altro uomo; se si trova nel periodo di attesa (‘idda) dopo essere stata ripudiata; se si trova in stato di purità durante il pellegrinaggio o la visita alla Mecca; se è un ermafrodito oppure la donna di una persona scomparsa ma non dichiarata defunta dalla legge.

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