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Due papà non fanno una mamma

lindsay foster
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Cosa si vede nella famosa foto dei due "padri" omosessuali (e della mamma che ha partorito)?

Il famoso scatto di ​Lindsay Foster, definita «fotografa di nascite», che ritrae BJ Barone e Frankie Nelson, gli omosessuali che si abbracciano commossi insieme al piccolo Milo appena nato, ha fatto il giro del mondo.

Ma di chi è il figlio? «Dei due papà», si legge quasi ovunque. Già, perché su giornali e social network circola una versione della foto dalla quale è sparita la madre surrogata, la donna sull’estremità sinistra, provata dal parto, che ha condotto la gravidanza per conto della coppia di uomini. Una rimozione che dice tutto su cosa si vuole raccontare e cosa no.

"Saper distinguere, chiamare le cose con il loro giusto nome, essere chiari è un bene. Sempre e per tutti. Ogni atto di ingiustizia deve essere condannato fortemente, anche se chi lo riceve fosse il mio più acerrimo nemico. Occorre avere grande stima per la lealtà, anche quando al mio egoismo non dovesse fare comodo. Non sono "omofobo", non lo sono mai stato. Nella mia vita di paramedico prima e di prete dopo ho avuto a che fare con tanti fratelli omosessuali, con alcuni dei quali mantengo rapporti di amicizia. Non ho mai discriminato nessuno, l’altissimo senso che ho della dignità della persona umana, il Vangelo nel quale credo e dal quale attingo forza, non me lo avrebbero mai permesso.

I fratelli omosessuali, come ogni altro essere umano, possono rendere più bello il mondo con il loro impegno e possono abbruttirlo con il loro egoismo. Ogni fratello omosessuale è un uomo creato a immagine di Dio, e da Dio voluto e amato. Con le parole occorre andarci piano. La parola ci distingue dalle bestie, ma può trasformarsi in boomerang.
 
«Omofobo», nell’accezione corrente, è chi ha paura del fratello omosessuale e lo emargina. Ebbene, nei social network in questi giorni gira la foto di due giovani omosessuali che, commossi ed emozionati, stringono fra le braccia il «loro figlio» appena nato. Quella foto mi fa male. Quel bambino, infatti, non è «loro», non è figlio di quella coppia di uomini, ma è stato generato da una donna della quale mai sapremo niente (e che appare solo in un angolo, di profilo nella fotografia). Occorre essere chiari e non lasciarsi andare ai facili entusiasmi. Amo quei due fratelli omosessuali, ma amo anche quel bambino appena nato e la donna che lo ha messo al mondo. Quel bambino ha i suoi diritti anche se ancora non riesce a farli valere. Quel bambino è figlio di una donna che ha deciso di venderlo, credo per la povertà che l’assilla.

Quel bambino porterà con sé la nostalgia della donna che lo ha messo al mondo, i suoi talenti, le sue tare ereditarie (se dovessero essercene) il suo dna. Quel bambino, appena nato, ha cercato la mammella della mamma. Non è giusto, non è logico, non è umano appropriarsi di un figlio, cancellarne la madre, farlo passare per proprio. Al di là delle convinzioni religiose o filosofiche. Semplicemente non è giusto. Quella donna è sua mamma, affermare il contrario vuol dire manomettere la realtà, ma la realtà è più dura e resistente di quanto si possa credere."
(Maurizio Patriciello, Avvenire, 11 luglio)

"L’emozione c’è, ma non è empatica. È piuttosto un indefinibile turbamento che coglie qualunque donna osservi le foto dei due, che, a torso nudo, tengono il piccolo pelle contro pelle. In una sola inquadratura, ai margini, si intravede il profilo di una donna dall’espressione smarrita e sofferente; è la donna che ha tenuto quel bimbo nel suo grembo per nove mesi, che lo ha appena partorito, e deve subito consegnarlo ad altri, come da contratto. È stata pagata per questo, ha fatto il suo lavoro. Nelle foto successive scompare. Le lacrime dell’uomo che ha finalmente il bimbo in braccio sono comprensibili, ma anche terribili. Non è l’emozione di un papà che ha assistito al parto, che ha tenuto la mano della compagna, che ha vissuto con lei la gravidanza. Qui non c’è un padre, perché non c’è più una madre. La foto dovrebbe emozionare, perché dimostra che una coppia gay può “avere” un figlio. In realtà dimostra che non lo può avere, e soprattutto dimostra che due papà non fanno una mamma.

(Eugenia Rocella, eugeniarocella.it, 7 luglio)

"Nel dibattito che si è acceso sulla rete mi ha molto colpito un argomento ricorrente, secondo cui chi è contro l'utero in affitto lo sarebbe solo perché omofobo. L'argomento è curioso: una possibilità che sarebbe legittimo discutere in astratto diventerebbe immediatamente indiscutibile quando è rivendicata da una coppia gay.

Dire che la pratica della fecondazione artificiale e della maternità surrogata equivale a una condanna delle unioni omosessuali contiene un argomento inaccettabile e pericolosissimo: qualcosa di discutibile in sé non può essere più discusso se è rivendicato da persone che meritano particolare rispetto. Quanto dev'essere "particolare" questo rispetto?
 

Anche Kant ci ha ricordato che la persona umana ha una dignità e non un prezzo perché è sempre un fine, mai un mezzo. Nel caso dell'utero in affitto la strumentalizzazione non è l'eccezione, ma la regola: si usano donatori di gameti maschili e femminili, si usa l'embrione, si usa la donna disposta a portare avanti una gravidanza per altri, solo per ampliare il paniere dei propri diritti. Forse non è poco.

È tutto questo omofobia? Non credo. Il rifuto dell'omofobia non può prevedere l'eterofobia come prezzo da pagare. Non si può elogiare la biodiversità, combattere battaglie ecologiche per la preservazione degli equilibri naturali e poi accettare l'eterofobia per evitare l'omofobia. Si può fare l'elogio della differenza sessuale senza essere omofobi: se poi la differenza sessuale ha dalla sua anche la biologia della riproduzione non possiamo farci niente. Non si può pretendere un risarcimento a carico di altri per un desiderio che la natura non è in grado di soddisfare.
(Il blog di Luigi Alici, 11 luglio)
 

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