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Amica di Gesù

Harold Copping (1863–1932)

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Mariapia Veladiano - L'Osservatore Romano - pubblicato il 02/07/14

Marta, la santa del mese, raccontata da Mariapia Veladiano

Non mi son persa una parola. Arrivavano da tutte le parti le parole su di lui: ha guarito un lebbroso, un indemoniato. Ha detto che il Figlio dell’uomo deve soffrire, morire e risorgere. E poi lo ha detto ancora, soffrire, morire, risorgere. I miracoli non mi impressionavano molto, quanti maghi, millantatori, spacciatori di miracoli passavano per la strada e stregavano le piazze. Tutti poi a discutere sul niente per giorni. Tutti con l’anima appesa al desiderio del messia promesso. Deve essere re. Fare i miracoli. Cacciare i nemici. Restituire la terra. Altro che morire. Perché le parole si possono ben ascoltare senza intendere. Ma si pensa meglio quando intanto le mani lavorano e a me sembrava che proprio questo fosse promesso, un messia che sa la nostra paura di soffrire, di morire e che nulla abbia avuto senso. Ne parlavo con Maria che mi aiutava e si incantava ogni tanto, a guardar lontano.

Era arrivata anche la novità di una guarigione strana e piena di scandalo. La storia era confusa, i viaggiatori la infiorettavano. Era un uomo con la mano secca, dicevano, forse tutte e due e anche i piedi, un paralitico. Ma poi era stato chiaro che era una, la mano destra, e lui l’aveva guarito di sabato, dentro la sinagoga, in mezzo, davanti a tutti. E tutti a farsi meraviglia per il sabato e per la sinagoga, bestemmia dentro il giorno consacrato, e io invece mi guardavo la mano destra amica mia che mi obbediva in tutti i movimenti fini del lavoro, mille e mille volte al giorno e all’ora, e la immaginavo morta, inerte, innaturale le dita distese, lontane, non potevano prendere il pane o pettinare la piccola Maria sorella mia. E poi invece la peste finiva e la mano tornava viva viva viva. E se poteva far questo di sabato in sinagoga era lui, era lui e come facevano a non capire gli altri? Solo chi non sa quanto sia preziosa una mano. Mano di Dio. Destra di Dio che fa meraviglie.

Anche di questo ho parlato con Maria, mentre facevamo insieme i lavori, il pane da domare con le nostre quattro mani benedette. Lazzaro ascoltava e ci raccontava quel che raccoglieva. Poi un giorno ha detto che stava arrivando. Non era solo, c’era un gruppo impreciso di persone con lui. Io lo volevo vedere. Ascoltare quel che diceva e vederlo. Avevo capito che era lui. Cielo se erano tanti quelli che lo seguivano, chi lo amava, chi era curioso, chi stava a vedere. Ma ho fatto sapere chiaro chiaro che sarebbe stato il benvenuto da noi. Mi son preparata, ho fatto lievitare pane per tanti il giorno prima, insieme a Maria, e sono arrivati, mamma quanti. Non ci stavano, dentro casa. Molti erano fuori, davanti, ospiti nostri però. Non si accoglie un maestro e lo si lascia da solo e Maria è rimasta con lui, con loro e io ho portato il pane e l’acqua, per tutti. Certo che ero stanca ma non lo sentivo, come capita quando si è felici, solo che non arrivavo a servire tutti. E Maria poi si sarebbe dispiaciuta di non aver aiutato. La conoscevo bene. Per questo l’ho chiamata. Ma andando e venendo ascoltavo e lo guardavo mentre mangiava e però perdevo qualche parola.

Amiche di Gesù eravamo dopo quell’incontro. E anche Lazzaro. Per sempre amici.
Così quando si è ammalato Lazzaro glielo abbiamo fatto sapere. Non ci sembrava grave, era per dire che il suo amico era malato, ne aveva guariti tanti. Non si pensava alla morte. Neanche si affacciava questa parola. E invece Lazzaro fratello nostro è morto, e la pietra è rotolata a separarci per sempre dal corpo suo ancora bello, le nostre mani lo avevano lavato e lo sapevano. Chi ha fratelli può capire lo spazio intorno che ancora si piega a lasciar posto al suo corpo che manca.

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