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“Mio padre ha avuto fede, non ha fatto staccare la spina”

Miguel Parrondo – it

Public Domain

Forum Libertas - pubblicato il 30/06/14

Sei mesi dopo un incidente, i medici consigliano ai genitori di Miguel Parrondo di “spegnere” il proprio figlio, ma loro dicono no

Tra i rischi che comporta la legalizzazione della cosiddetta “morte degna”, bisogna sottolineare quello che corrono le persone che, essendo in coma da un lungo periodo di tempo, possono essere scollegate dagli apparecchi che le mantengono in vita, in molti casi per decisione dei familiari consigliati dai medici.

Un esempio è il caso di Mathew Taylor, un cittadino britannico risvegliato dalla voce della fidanzata dopo quasi un anno di coma.

Ora è stato reso noto un caso ancor più straordinario: Miguel Parrondo, entrato in coma dopo un incidente automobilistico avvenuto nel 1987, si è risvegliato nel 2002 grazie alla costanza, all’amore e alla fede dei suoi familiari.

Il padre, dermatologo nello stesso centro in cui è stato ricoverato, ha rifiutato decisamente di “spegnerlo” sei mesi dopo l’incidente.

Quando Miguel è arrivato all’ospedale Juan Canalejo di La Coruña nessun medico nutriva speranze circa il fatto che potesse farcela. Neanche il padre, che quando ha visto lo stato in cui si trovava suo figlio ha chiesto al sacerdote dell’ospedale di dargli l’estrema unzione.

I fatti sono avvenuti nel 1987, quando Miguel, allora 32enne, tornava da una serata di festa in compagnia di due ragazze. Tutto si è spezzato all’uscita da una curva, quando si è schiantato contro un muro con la sua Renault 5 GT Turbo. All’improvviso, la sua vita è entrata in un buco nero durato 15 anni.

“Solo Dio può togliere la vita”

Nei quindici anni di coma, sua madre, suo padre e sua figlia Almudena, con una dedizione esclusiva, non si sono staccati dal suo fianco. Il motore principale di questa lotta è stata la fede.

Sono stati mesi e anni di lacrime e di momenti difficili, come quando i medici hanno suggerito loro di valutare l’ipotesi di “spegnere” Miguel.

“Volevano staccarmi la spina, e mio padre ha riunito i compagni dell’ospedale e ha detto loro: solo Dio può togliere la vita. Se non fosse stato così, non sarei qui perché non mi davano possibilità. Mio padre ha avuto fede”. Così dice Miguel ricordando i fatti.

Si è risvegliato una mattina del 2002. Senza sapere come, ha aperto gli occhi, e la prima cosa che ha visto dietro il vetro dell’unità in cui si trovava sono state sua madre e sua figlia. “Non mi rendevo conto di nulla. Ho aperto gli occhi e c’erano mia figlia e mia madre. Ho guardato mia figlia e le ho chiesto: Sei Almudena? Perché mi ricordavo di avere una figlia che si chiamava così. Mi ha detto di sì, e io le ho risposto: Sono tuo padre. Mia madre piangeva come una bambina e mio padre non riusciva a crederci”.

Non c’è alcuna spiegazione medica per il suo caso. Miguel era tornato da un sonno di quindici anni e iniziava una nuova vita. Era entrato in coma a 32 anni e si è risvegliato a 47.

“È stato come dormire e risvegliarmi il giorno dopo. Quando ho visto mia figlia mi sono emozionato. Ho recuperato il tempo perduto e già mi ha reso nonno. Ora ha 38 anni”.

Il ritorno alla vita

Dopo il risveglio, la sua famiglia gli ha raccontato tutti i dettagli di quei 15 anni. “Calcolate come stavo se mio padre, medico, ha detto al sacerdote di dare l’estrema unzione”, ha commentato.

“Poi, quando mi sono svegliato, non ci credeva e mi ha portato all’università di Santiago per farmi vedere. Ci hanno detto che ero un caso su un milione. Mia madre, che poi è venuta a mancare, trascorreva tutte le sue giornate nell’unità in cui ero ricoverato guardandomi attraverso il vetro. Mangiava lì, dormiva lì, non si separava da me”.

Tornare alla vita, riconosce, non è stato facile, ma “uno shock”. Miguel ha dovuto affrontare conseguenze fisiche, decine di operazioni e un mondo totalmente nuovo, che si era mosso a una velocità per lui difficile da assimilare.

“Sembro una cartina. Mi hanno tolto la milza, ho una protesi alla spalla, gravi lesioni cranio-encefaliche che mi hanno provocato un’emiparesi (malattia che diminuisce la forza motrice e paralizza parzialmente una parte del corpo) a causa delle cicatrici del cervello. Ero più morto che vivo”.

La memoria di Miguel arriva fino a quella tragica notte del 1987. Dell’incidente dice: “Mi ricordo dove è avvenuto, in una curva, e che si è verificato per eccesso di velocità perché mio padre mi ha mostrato il rapporto dell’incidente e dice che andavo a 200 all’ora con una R5 GT Turbo”. Quella notte viaggiava con due ragazze, una delle quali è morta.

“Purtroppo una delle ragazze che viaggiavano con me è morta. E dico quello che mi è successo poco tempo fa: camminavo per strada e una signora mi ha guardato fisso dall’alto in basso. Ho pensato: ‘Sono bello ma non tanto’. Poi mi ha detto: ‘Sei Miguel?’, e io: ‘Sì, sono Miguel’. Mi ha abbracciato e si è messa a piangere. Io non sapevo cosa stesse accadendo, e alla fine era l’altra ragazza che viaggiava nella mia macchina”.

Non aveva più saputo niente delle due ragazze, che aveva conosciuto “in una notte brava”.

La prima volta che è uscito per strada dopo aver lasciato l’ospedale gli sembrava di sognare. Voleva tornare a dormire, dice, e inizia a raccontare le migliaia di aneddoti dei suoi amici nei bar del quartiere di Riazor, dove trascorre le ore “annoiato” per la sua invalidità permanente che gli impedisce di lavorare.

“La prima cosa che ho detto è stata: ‘Cos’è questa storia dell’euro?’. Non sapevo niente dell’euro, ero rimasto alle pesetas”.

“Il mondo è cambiato molto”, ha confessato. “Quando ho iniziato a uscire per strada pensavo: la gente è pazza, parla da sola, e invece parlavano con i telefonini. O vedevo una macchina della polizia con una donna al volante e pensavo che fossimo a Carnevale”.

“Nella macchina avevo le cassette, e ora CD e pen drive. Nella casa in cui vivevano i miei genitori c’erano 16 vicini, e ne restavano solo due, gli altri erano morti tutti. La metà de La Coruña non la conosco, dov’è ora il quartiere de Los Rosales erano tutte colline e io andavo lì a esercitarmi con il motocross. L’autostrada non esisteva, c’era solo la strada nazionale”.

E racconta un altro aneddoto: “Quando sono andato in banca e sono entrato nella sala ho chiesto: ‘Dov’è il computer?’, che ai miei tempi era un mostro, mentre ora sono cose piccoline. Il primo giorno che mi sono messo a leggere il giornale mi sono detto che dovevo andare a scuola per imparare la geografia. Repubblica Ceca, Montenegro, Slovenia… ma che Paesi sono? Io ero rimasto all’URSS e alla Yugoslavia”.

"Mai perdere la fede"

Prima dell’incidente, Miguel lavorava come programmatore presso il Banco Pastor. Per i tempi aveva un buon posto e uno stipendio molto buono. Era l’epoca dei primi computer e dei pionieri dell’informatica.

Grazie a suo padre, le sue finanze si sono mantenute e il suo conto corrente è aumentato. “Mi metteva da parte ogni mese la pensione, e quando mi sono svegliato avevo una buona quantità di denaro. Mi sono comprato un appartamento”.

Miguel non ha perso la passione per i motori. È rimasto molto colpito dalla vicenda di Schumacher ed è convinto che “si riprenderà bene, con la fisioterapia e tutto il resto”.

Di casi come il suo, commenta, ce ne sono molti, con famiglie disperate che hanno perso la speranza. Per questo la sua esperienza lo fa essere contrario all’eutanasia.

“Non bisogna mai perdere la fede. Poco fa ho incontrato una signora che aveva il figlio da quattro anni in coma ed era distrutta”, ha dic
hiarato. “Le ho raccontato la mia storia e l’ho riempita di speranza”.

Ora Miguel vive tranquillo, anche se “un po’ disperato perché sto tutto il giorno senza fare nulla. Io sono iperattivo e le giornate mi sembrano settimane”. Ma non si lamenta. Non ne ha alcun motivo: “Come dico sempre, ora ho dodici anni perché sono nato due volte”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
bioeticacomaeutanasia
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