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Un caso complicato

AP Photo Al Fajer

Città Nuova - pubblicato il 25/06/14

Liberata e poi fermata. Si complica la vicenda di Meriem, la donna sudanese condannata a morte perchè accusata di apostasia. Una rassegna stampa internazionale

Il sito di Al Jazeera, principale fonte di informazione sul mondo arabo, non ha nemmeno aggiornato la notizia: il titolo è ancora «Il Sudan libera la donna detenuta nel braccio della morte», ed è soltanto leggendo il resto dell’articolo che si scopre come «le autorità sudanesi hanno trattenuto all’aeroporto una donna appena rilasciata dal braccio della morte, secondo quanto riferiscono alcune fonti e il suo avvocato». Anche la Suna, l’agenzia di stampa nazionale che per prima aveva dato la notizia della liberazione della donna condannata a morte per apostasia dopo aver abbandonato la fede musulmana e sposato un cristiano, grazie anche alle pressioni di organizzazioni internazionali come Amnesty International e di Stati Uniti e Unione Europea, non fa parola degli ultimi sviluppi: forse perché, come precisa Al Jazeera, «secondo le autorità sudanesi non si tratta di un nuovo arresto».

Meglio quindi per capire qualcosa di più rivolgersi alla Misna, l’agenzia di stampa missionaria, che riporta direttamente il comunicato del ministero degli Esteri del Paese africano: «La polizia ha trattenuto la signora Meriam Yahya Ibrahim dopo aver presentato un documento di viaggio di emergenza rilasciato dall’ambasciata sud sudanese portando un visto americano. Le autorità sudanesi considerano l’azione una violazione criminale, ed è per questo che il Ministero degli Esteri ha convocato degli Stati Uniti e dell’ambasciatore del Sud Sudan». Per la legge sudanese infatti, prosegue la Misna, «la creazione di un documento falso è punibile fino a cinque anni di carcere»: non si tratterà quindi tecnicamente di un arresto, ma il rischio che il fermo porti la donna di nuovo in carcere è concreto.

Il caso di Meriam ha ormai ripercussioni internazionali, ma come nota il commentatore della sezione africana della Bbc James Copnall, il nodo rimane tutto interno al Paese: «Il Servizio di Sicurezza Nazionale – scrive – è un organismo estremamente potente, parte della coalizione informale che governa il Sudan, le cui componenti sono in costante competizione per una posizione di predominanza. Il rilascio e successivo riarresto di Meriam sottolineano semplicemente che ci sono molti decisori nella politica sudanese, e che non sono sempre d’accordo tra di loro». Il nuovo fermo sarebbe quindi semplicemente un modo per le forze di sicurezza di «alzare la voce nei confronti del governo sudanese», più che una reale volontà di ostacolare la donna. Infatti il sottosegretario agli Esteri, Abdullahi Alzareg, aveva dichiarato che il governo era «impegnato a proteggere la donna», evidenziando come all’interno del mondo politico le opinioni non siano poi così granitiche.

Ma è il Paese stesso ad essere diviso, come dimostrano i commenti ai dettagliati articoli del Sudan Heraldsia sulla liberazione che sul nuovo fermo. Mentre da un lato Adodi Jotuwa osserva come «l’interpretazione selettiva del Corano e della Sharia è usata solo per rimanere aggrappati al potere e disintegrerà il Sudan», diversi altri lettori citano i numerosi episodi di violenza religiosa sfociati nel sangue che si sono verificati nei confronti sia dei cristiani che dei musulmani. Appunto per questo, ha profeticamente ricordato Akol Liai Mager, «Meriam sarà pure libera, ma la sua vita è in realtà ancora più in pericolo adesso, perché esposta al rischio di ritorsioni». E anche alla notizia dello stop all’aeroporto, infatti, Kenyan si dice «sicuro che non lascerà viva il Paese», mentre un anonimo lettore osserva sarcastico «Che altro vi aspettavate dalla Repubblica delle Banane del Sudan?» e invoca piuttosto l’arresto del «criminale di guerra Bashir». Proprio ieri peraltro la sezione africana della Bbc, oltre a riferire la notizia, aveva posto l’accento su come il caso di Meriam abbia «rinvigorito il dibattito sull’apostasia, con giuristi conservatori e liberali che sono tornati a discutere su se e come l’abbandono della fede musulmana debba essere punito in un Paese in cui la legge islamica è in vigore dagli anni Ottanta».

Qui l’originale

Tags:
meriam yahyapersecuzione cristianisudan
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