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Senza il peccato originale, Dio si sarebbe incarnato in Gesù?

© Universal Pictures

Novena.it - pubblicato il 25/06/14

Il motivo dell’incarnazione è la gloria di Dio? Perché Dio si è fatto uomo?

Sono convinto che, anche senza il peccato originale, l’incarnazione di Dio nell’uomo in Gesù Cristo ci sarebbe stata lo stesso, solo che senza il peccato originale la Sua venuta sarebbe stata solo trionfale e di giubilo, e non come sappiamo essere andata. Che ne pensate? di: Emanuele Giannetti

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria

La domanda del lettore mette in gioco una questione che ha appassionato il pensiero teologico cristiano per secoli. L’evento dell’Incarnazione ha suscitato contemplazione e riflessione credente fin dall’inizio, in tutte le sue implicazioni. La venuta del Figlio di Dio nel mondo ha segnato la svolta decisiva nei rapporti tra Dio e l’uomo: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2).

Nell’uomo Gesù di Nazareth Dio ha rivolto all’umanità la sua parola definitiva, ha parlato per mezzo del suo Figlio fatto uomo. Le prime professioni di fede attestate nella Scrittura legano la morte di Gesù alla salvezza dell’uomo: a voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici (1Cor 15,3-5). La riflessione teologica dei primi secoli ha portato a formulare quella professione di fede che recitiamo abitualmente la domenica. Nei giorni di Natale e del 25 marzo una frase viene ripetuta in ginocchio: «Per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo».

Il testo indica l’Incarnazione in favore degli uomini e della loro salvezza. Quanto sono legate queste due motivazioni? La Bibbia sembra indicare una risposta precisa: inviato dal Padre, il Figlio si è fatto carne, per compiere la sua missione di salvezza in favore degli uomini, strappandoli con la sua obbedienza sino alla morte di croce al loro destino di morte eterna. Una grande parte di teologi hanno condiviso questo pensiero, perché non parte da ipotesi immaginarie, ma da quanto la Scrittura attesta. Per fare un esempio, è proprio questo il motivo per cui Tommaso d’Aquino ritiene molto più corretto pensare che nel progetto di Dio l’Incarnazione sia ordinata come rimedio del peccato (cf Summa theologiae, III, 3, respondeo).

Tuttavia, la Scrittura stessa presenta un’eccezione a quanto detto sopra. Nell’inno cristologico della lettera ai Colossesi, Cristo, cioè il Figlio incarnato, è detto «immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose… Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,15-16). Questo passo ha dato il fondamento ad una riflessione diversa, che scioglie l’Incarnazione dal suo legame necessario con il peccato dell’uomo. Esponente di rilievo ne è stato Duns Scoto, teologo francescano di poco posteriore a Tommaso. Per Scoto motivo dell’incarnazione è la gloria di Dio, in particolare il desiderio da parte di Dio di avere, al di fuori di Sé, qualcuno che lo ami in modo degno di sé: Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è il coronamento stesso della creazione, l’opera suprema di Dio. Il Concilio si avvicina a questa prospettiva indicando come «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et spes, 22). E si allude a un passo di Tertulliano (scrittore ecclesiastico latino del passaggio fra il II e il III secolo), per il quale Cristo era già presente nel pensiero di Dio mentre plasmava Adamo con la polvere del suolo.

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gesù cristoincarnazionepeccato originale

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