Ricevi Aleteia tutti i giorni
Comincia la tua giornata nel modo migliore: leggi la newsletter di Aleteia
Iscriviti!
Aleteia

Sudafrica: Mamelodi, prendere la parola contro l’Aids

© Jon Rawlinson / Flickr
https://www.flickr.com/photos/london/75148497/
Condividi

Contrastare la malattia significa anche superare la vergogna e l’emarginazione legate a questa. L’impegno dei cattolici in una township di Pretoria

Mamelodi è un esempio delle contraddizioni del Sudafrica di oggi. Nata negli anni Quaranta a una trentina di chilometri da Pretoria come township dove la popolazione nera avrebbe dovuto vivere segregata, con la fine dell’apartheid ha vissuto cambiamenti profondi. Gli ‘insediamenti informali’ fatti di baracche sono comuni almeno quanto le case in muratura, piccole e ad un piano solo, ma dove acqua potabile, elettricità e servizi igienici non sono un problema come non lo sarebbero per molti Europei. E spesso anche chi, grazie all’arrivo della democrazia, è riuscito ad arricchirsi, non ha lasciato il luogo d’origine, costruendo una villetta con giardino per sottolineare il nuovo status.

Come nel resto del Sudafrica, però, la trasformazione di Mamelodi non ha significato la fine delle difficoltà: le disuguaglianze sociali restano forti, e incidono su altri aspetti, come ad esempio l’Aids. Anche a questo riguardo “la povertà è il problema principale” perché porta con sé promiscuità e meno attenzione ad evitare la malattia, spiega Selina, un’anziana donna cattolica che da tempo aiuta le missionarie comboniane dell’ex township nella loro attività di sensibilizzazione e prevenzione. La casa di Selina non è differente da quelle circostanti, in mattoni, con un piccolo cortile in terra battuta che dà direttamente sulla strada: qui giocano diversi bambini del vicinato, perfettamente a loro agio. “Non sono miei nipoti, ma ai bambini è sempre piaciuto venire qui, e hanno imparato a fidarsi di me”. È per questo che, anche una volta cresciuti le confidano cose di cui – probabilmente – si vergognano a parlare coi loro stessi familiari, come tutto ciò che riguarda l’HIV. “Hanno 15, 16 anche 20 anni, arrivano e cominciano: «Vorrei dirti una cosa». E io cerco di parlare con loro, ma loro non vogliono fare quel passo in più, andare dai coetanei, dar loro consigli: «Non comportarti così, ti ammaleresti come me»”.

“Lo stigma – l’emarginazione sociale che colpisce i malati di Aids – è ancora molto forte”, conferma suor Laura, comboniana, spiegando che attualmente “molti riescono ad avere una vita normale, ma diversi altri ancora nascondono l’infezione”. A pesare sono, innanzitutto, questioni di prestigio sociale e la paura del giudizio altrui: anche questo è uno dei motivi per cui oltre il 12% dei sudafricani, nel 2012 (anno a cui risalgono i dati ufficiali più recenti) era stato colpito dall’HIV, con una crescita del 2% in appena quattro anni, malgrado gli sforzi del governo e delle ong. Il problema è ancora più evidente nelle aree a grande maggioranza di popolazione nera – spesso le più povere del Paese – come Mamelodi, con la percentuale che cresce al 15%. “Spesso devo affrontare i genitori dei ragazzi che vengono da me: diventano furiosi quando scoprono della malattia, e devo calmarli – continua Selina – cercando di spiegare che ora devono parlare coi loro figli, aiutarli a vivere, andare alla clinica e prendere le medicine”.

“Non sono solo i pazienti ad aver bisogno di aiuto, ma anche le famiglie, che spesso non sanno come comportarsi” in questi casi, nota suor Laura. Proprio per loro è nato, grazie alle stesse missionarie, un gruppo di sostegno, aperto anche a chi non è stato contagiato. Una scelta, prosegue la comboniana, che aiuta anche a combattere lo stigma: “Si comincia lentamente – racconta – senza parlare apertamente di AIDS, perché le persone che sono lì conoscono il motivo per cui sono venute, ma se qualcuno vuole dire qualcosa, ad esempio, sulla sua sieropositività, può farlo”. Il sostegno emotivo e spirituale ai malati e a chi sta loro vicino è un aspetto da non sottovalutare quando si parla di prevenzione. Il rischio, infatti è che chi ancora vuole tenere nascosta la propria condizione si rivolga non al servizio sanitario, ma ai sangoma, autoproclamati “santoni” o “profeti” che, invece dei farmaci antiretrovirali che permetterebbero di condurre una vita normale, prescrivono, per l’equivalente di qualche decina di euro, ‘rimedi’ tradizionali assolutamente inefficaci. Non è un caso, quindi che suor Laura, quando le si domanda quale sia il primo passo da fare per uscire da questa situazione, risponda: “Parlarne, attraverso l’esempio di persone che dicono: «Sono sieropositivo, ho commesso un errore, ma sono ancora vivo»; questo potrebbe aiutare”.
 

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni