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Meditazione sulla vita e la morte

How much do we know about life after death? – it

© Ladida / ISTOCK

L'Osservatore Romano - pubblicato il 20/06/14

Dall’accademico di Francia François Cheng

di Lucetta Scaraffia

Della morte oggi si parla molto, ma è una morte contesa fra chi vuole l’eutanasia e chi combatte per prolungare la vita a ogni costo: in sostanza, si tratta sempre del tentativo di impadronirsi del destino di morte, di addomesticarlo in nome di ideologie o principi che, nella contrapposizione, si irrigidiscono.

Non ci si accosta più alla morte come oggetto di meditazione, anzi come il tema di meditazione per eccellenza per ogni essere umano. Per questo è particolarmente felice e opportuno il libro di François Cheng — migrante cinese diventato accademico di Francia — Cinque meditazioni sulla morte, ovvero sulla vita (Torino, Bollati Boringhieri, 2014, pagine 128, euro 15), svolte prima a voce davanti a un pubblico scelto, poi scritte. In esse Cheng intreccia la sua vita, le sue esperienze e le sue letture, soprattutto di poesia, con le grandi tradizioni di pensiero e religiose che conosce, e che conosce molto bene: quella cinese e quella giudaico-cristiana. Si tratta quindi di un libro al tempo stesso laico e profondamente religioso, ricchissimo di spunti e di osservazioni profonde, di piacevole e non difficile lettura.

In rispetto alla tradizione cinese, così attenta agli antenati, egli comincia ricordando che veniamo da lontano: «Ciascuno di noi è erede di una lunga stirpe, fatta di generazioni che non conosce, ed è stato determinato da inestricabili legami di sangue che non aveva scelto». E restituisce un senso alla vita partendo da questa semplice constatazione: «Se la nostra esistenza non avesse alcun senso, l’idea stessa di senso non ci avrebbe mai sfiorati». Mentre sappiamo invece che l’umanità si è sempre interrogata sul senso della vita, e ancora di più su quello della morte. Che siano indissolubilmente legati, costituisce una realtà indubbia, perché è proprio la coscienza della morte che ci fa provare amore per la vita, ce la fa vedere come un bene assoluto.

Proprio per questo Cheng ritorna alla «nostra sorella morte» di Francesco, e ne coglie l’occasione per proporre un mutamento di prospettiva: cioè guardare la vita dal punto di vista della morte, capovolgendo così la nostra posizione abituale. Questa visione, più aperta, ci porta a vedere nella nostra vita uno slancio verso la grande Avventura e non una corsa verso la fine. 

Qui l’originale

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