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L'altro olocausto, quello dei nativi americani

© Public Domain

La Perfetta Letizia - pubblicato il 20/06/14

Fu superiore per dimensioni all’olocausto degli ebrei. Eppure ancora oggi si stenta a prenderne coscienza e sull’ecatombe aleggia un silenzio assordante

 di Paolo Di Mizio 


Lo sterminio di tutte le etnie "indie", ovvero dei Nativi Americani, nel Nord America così come nell'America Centrale e nel Sud America, è il più immane e devastante olocausto di tutti i tempi operato per mano di noi Occidentali (ma badate, altri popoli di altre culture, in Asia e in Africa, hanno fatto altrettanto, forse anche di peggio). L'olocausto dei nativi americani non fu solo lo sterminio di milioni di persone, come l'olocausto degli ebrei per mano dei nazisti. Fu qualcosa di più profondo. Fu, oltre l'eccidio, anche la totale distruzione delle loro culture, portate alla completa scomparsa.

Al punto che oggi non sappiamo quasi nulla della religione degli Inca o degli Aztechi o dei Maya. Quasi nulla delle loro credenze, dei loro miti, dei loro costumi, del loro modo di vivere. 

Non sappiamo neppure se quei popoli o alcuni di loro fossero in possesso di un sistema di calcolo matematico e di un sistema di scrittura. Si è a lungo ritenuto – o meglio, si è dato per scontato – che quei “selvaggi” non possedessero alcun sistema di registrazione delle informazioni. Ma studi recenti sembrano dimostrare invece che alcuni di quei popoli avevano conoscenze astrologiche, sapevano far di calcolo e, soprattutto, "scrivevano". Non come noi, con inchiostro e carta, ma attraverso un elaborato sistema di cordicelle e di nodi, la cui composizione formava parole, numeri, informazioni. E forse anche con altre "scritture" a noi oggi ignote e che forse resteranno ignote per sempre. Tutto è andato perduto irrimediabilmente per lo sterminio attuato dai conquistadores e dagli altri coloni europei (nessun Paese escluso). 



Il McCord Museum di Montreal, in Canada, raccoglie decine di migliaia di fotografie di individui appartenenti ai popoli che popolarono il Nord America, ovvero quelli che oggi sono gli Stati Uniti e il Canada. Degli altri “indiani” – quelli che come i Maya, gli Inca e gli Aztechi, abitavano l’America centrale e meridionale – non ci sono purtroppo fotografie, perché il loro eccidio avvenne negli anni successivi alla scoperta dell’America, prevalentemente tra il 1500 e il 1700, quando la macchina fotografica ancora non era stata inventata. 

I Maya, gli Inca e gli Aztechi, insieme ad altre civiltà di cui non conosciamo neppure il nome e di cui abbiamo pochissimi resti archeologici, erano le culture più sviluppate del continente americano. Possedevano un’organizzazione statale, una burocrazia molto elaborata, sistemi di posta e di comunicazioni, sistemi stradali, conoscenze ingegneristiche, un elevato know-how tecnologico e artigianale, e alti standard artistici (almeno per quanto riguarda le arti visive: di certo nulla della loro produzione letteraria, scritta o orale che fosse, si è conservato). 

Quei tre popoli possedevano anche grandi capacità urbanistiche. Le loro città, costruite in genere su cime montane impervie, ancora oggi ci intimoriscono e ci commuovo nello stesso tempo, con le loro piramidi misteriose, i loro elaborati piani urbanistici, i loro piccoli manufatti artigianali utili alla vita di ogni giorno. 

Le popolazioni del Nord America erano invece, quasi tutte, nomadi. Vivevano in tende facilmente smontabili e trasportabili, si spostavano seguendo le stagioni e i movimenti delle mandrie di bisonti, loro principale fonte di sostentamento. Facevano eccezione solo alcune tribù o pueblos del Sud Ovest americano, che vivevano stanzialmente in villaggi di case costruite con terra e pietra, la cui architettura (la pianta quadrata, il tetto piatto) si è tramandata fino ad oggi e ancora ispira l’architettura di molte costruzioni nel Nuovo Messico, nell’Arizona, nel Nevada. 

E ciò nonostante, tutti questi popoli, pur con lingue e usanze diverse, facevano parte di un’unica corrente migratoria, proveniente dall’Asia. Lo attestano i caratteri somatici, ma oggi lo attestano anche gli studi sul DNA. 

Essi popolavano l’intero continente americano, dalle gelide lande dell’Alaska fino alla punta meridionale del continente, la Terra del fuoco. Gli habitat erano i più diversi. Zone di freddo quasi polare. Pianure sterminate e fertili. Vasti altipiani (le mesas del Sud Ovest statunitense). Foreste equatoriali e pluviali. Le vertiginose cime delle Ande. Le steppe. Di nuovo, laggiù nella Terra del fuoco, gelide terre in prossimità dell’Antartico. 

L’immane olocausto che ebbe luogo in quel continente nel corso di quasi quattro secoli non è mai stato pienamente riconosciuto nella Storia e nella coscienza dell’Occidente, e quindi mai espiato in alcun modo, a differenza di quanto accaduto per l’olocausto degli ebrei. 

Sullo sterminio dei popoli nativi delle Americhe e sulla totale distruzione delle loro culture aleggia, ormai da secoli, un silenzio tombale. Questo silenzio ci appare – e forse è in sostanza – la complice continuazione di un crimine collettivo, che commettiamo attraverso la nostra mancanza di consapevolezza. 

Sarebbe ora che l’Occidente ne prendesse pienamente coscienza, con una sorta di espiazione pubblica. Le voci che ricordano, inorridite, l’immenso eccidio avvenuto nel continente americano non possono essere limitate ai pochi accademici che di quell’olocausto studiano gli aspetti storici, archeologici, etnologici e antropologici. Quell’eccidio riguarda tutti noi, indistintamente. “Non mandare a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te” (John Donne, 1572-1631). 

Qui l'originale

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