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​Badanti per un Paese che invecchia

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Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 18/06/14

Un milione e mezzo di assistenti familiari nelle case degli italiani pongono problemi nuovi di formazione professionale e riconoscimento giuridico

Un Paese che invecchia e non ha a disposizione un’adeguata assistenza in termini di prestazioni domiciliari o di posti nelle Residenze sanitarie assistenziali per i suoi anziani: nasce da qui il fenomeno che ci è diventato familiare negli ultimi anni delle badanti e dei badanti. Un milione  e mezzo, secondo alcune stime. Per la maggior parte stranieri, sono diventati presenze fisse ed accudenti nelle case degli anziani, ma spesso senza una preparazione adeguata e con problemi di regolarizzazione professionale e previdenziale. Un fenomeno socio-sanitario, demografico e culturale al quale ha dedicato una riflessione strutturata l’associazione Italia Longeva che ha riunito all’Università cattolica di Roma politici, professionisti della Sanità, demografi, esponenti del sindacato e associazioni familiari per un confronto sui profili sociali, professionali, giuridici e sanitari dell’assistenza familiare. Aleteia ne ha parlato con Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva e Direttore del Dipartimento di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Policlinico A. Gemelli.  

Un milione e mezzo di badanti – lei ha sottolineato – rappresentano una sorta di servizio socio-sanitario parallelo: con quali criticità?

Bernabei: Va detto che il numero delle badanti è di complessa determinazione. L’Istat fa un’ipotesi conservativa di 550 mila; il Censis addirittura di 1 milione e 600 mila. In ogni caso il numero è strabiliante, anche perché rappresenta un fenomeno solo italiano che non si verifica in nessun altro Paese del mondo. E’ evidente che la funzione di queste persone afferisce a un’idea di “fai da te” tipicamente italiana: poiché il nostro è un Paese con molti anziani, ma non dispone di un adeguato numero di servizi per la loro gestione – gli anziani hanno problemi di fragilità, di non autosufficienza, di assistenza domiciliare –, il cosiddetto badantato è diventato un modo per risolvere il problema. Almeno per gli italiani che se lo possono permettere, anche se i costi sono contenuti. In questo senso si può parlare di servizio sanitario parallelo, con caratteristiche specifiche. La badante non è una colf perché gestisce dei compiti di tipo sanitario, come praticare un’iniezione di insulina o dare delle pillole; al tempo stesso si occupa anche di alimentare e lavare l’anziano e persino di supportarlo psicologicamente. Non si può dire che sia una professione da curriculum universitario, ma le persone che la svolgono è necessario abbiano delle nozioni di base.

Per rispondere a questa esigenza, il Policlinico Gemelli ha assicurato un servizio di formazione: come funziona?

Bernabei: Siamo stati i primi nel 1999 a inventare i corsi per badanti che adesso sono diffusi in tutta Italia. In questi anni abbiamo formato migliaia di persone attraverso una risorsa fondamentale del Policlinico universitario che è l’esperienza pratica. I nostri badanti imparano guardando a ciò che fanno gli infermieri, i medici, i portantini e acquisiscono informazioni dal vivo, non in teoria. Il corso dura 120 ore, con una forte quota pratica. Ha un costo molto basso per il singolo, solo per far fronte alle spese di segreteria, anche perché c’è il supporto del Comune di Roma.

La vostra è comunque una funzione di supplenza: quali richieste rivolgete, invece, alle istituzioni per affrontare il problema in modo strutturale?

Bernabei: Occorre acquistare la consapevolezza che l’assistenza domiciliare ha la stessa importanza dell’ospedale. Oggi nessuno vivrebbe senza ospedale e così dovrà essere anche per l’assistenza domiciliare. Bisogna trovare delle formule innovative in considerazione del fatto che il welfare è cambiato e le risorse sono diminuite, ma il compito della politica è proprio trovare delle soluzioni. Sul modello di quelle che erano un tempo le partecipazioni statali, si potrebbe sviluppare un’assistenza domiciliare nella quale concorrano i privati, il Terzo settore, le assicurazioni. Qualunque sia la soluzione da adottare, tuttavia, l’assistenza domiciliare è, e sempre più sarà, la vera priorità del Paese.  

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